martedì 24 febbraio 2015

Europa dei popoli




Si parla ormai di fallimento della Comunità. C’é chi raccomanda di tornare indietro all’Europa delle patrie.
Ma non é pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità europea possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo stato sulla sua peculiare identità.
Una frammentazione dell’Europa in Stati nazionali costituisce, contrariamente a quanto avvenne nel secolo scorso, un freno allo sviluppo, alla crescita della civiltà in Europa e anche alla crescita della civiltà su tutto il pianeta.
L’Europa dei popoli e dei lavoratori é l’unica Europa possibile.

(Enrico Berlinguer, Intervista a Critica Marxista, 1984)

Ognuno di noi vorrebbe un'Europa che, attraverso una nuova carta costituzionale, garantisca pace nella fraternità e sviluppo economico nella solidarietà tra i popoli. Un'Europa unita, sempre più integrata e capace di rappresentare, verso terzi, una realtà con precise caratteristiche socio-culturali, cercando, spesso, di difendere gelosamente le identità etniche, religiose, economiche e culturali del proprio Paese.

Forse la soluzione migliore sarà quella di guardare ad una grande e unica nazione, all'interno della quale salvaguardare le caratteristiche regionali. In questo caso si affievoliranno i confini nazionali e i concetti di patria, ma l'Europa dei popoli continuerebbe a vivere tra mito e realtà, facendo i conti con il superamento degli egoismi nazionali per dotarsi di politiche comunitarie unitarie e coordinate, a cominciare dalla politica estera internazionale. 

Sono passati oltre 50 anni da quando i padri fondatori dell'Unione Europea (Adenauer, De Gasperi e Schuman) iniziarono il mitico cammino unitario dell'Europa dei popoli. Dall'originario e fortunato Mercato comune tra sei stati nel 1957, fino alla Unione Europea di oggi, Paesi appartenenti sia all'ovest che all'est del nostro continente.
Si ricorda che l'Unione europea ha una lunga storia di antiche e moderni nazionalismi, secoli ricorrenti di conflitti e differenti esperienze e sistemi politici, giuridici e sociali.

Oggi un Europa non giuridica, ma unita solo da interesse economico vivono circa 500 milioni di cittadini europei, con venti lingue diverse, sono destinati a convivere sotto le stesse leggi determinate da un Consiglio europeo che riunisce i capi di Stato e di governo, chiamato ad affrontare e risolvere le disparità e ad armonizzare le politiche comunitarie sul piano economico, monetario, occupazionale, sociale e internazionale.

Il rapporto di noi italiani con l'Europa, che abbiamo ora sotto i nostri occhi, assomiglia a volte a quello di un innamorato che, a fronte di tanti sogni, si sente deluso o trattato con freddezza dalla sua bella. Resta il fatto che gli eurocrati di Bruxelles, con le loro normative, non solo mirano a rafforzare la moneta unica, ma corrono il rischio, dal punto di vista economico, di perdere di vista la vera sfida politica visualizzando un orizzonte di vasto respiro per essere protagonisti credibili sullo scenario mondiale. 
Ci interroghiamo pertanto su come procedere in questa direzione e quale messaggio di speranza trasmettere ai cittadini italiani-europei. L'Unione Europea sollecita tutti i Paesi aderenti a grandi e comuni responsabilità; è una comunità di destini tra i popoli, che condividono valori istituzionali, regole, interessi economici e di sicurezza. Dobbiamo essere convinti che non è tanto un'alleanza di Stati, quanto una nuova unità di popoli, che dovrebbe essere fondata sulla Carta Costituzionale Europea. 
Stare dentro l'UE significa unità di popoli, uniti non soltanto da interessi di mercato (politica agricola, fondi per lo sviluppo regionale e altre norme del mercato unico), ma dalla loro adesione ai valori comuni e che intendono dare un'immagine nuova, suscitando l'orgoglio di appartenere all'Unione Europea, superando gli egoismi nazionali. 

I popoli europei vogliono, infatti, una risposta alle loro preoccupazioni: giustizia sociale, occupazione, sicurezza, politica migratoria umana ma controllata, invecchiamento; vogliono un'Europa che abbia un peso di fronte ai giganti come Stati Uniti, Russia, Cina e India. Non si tratta di avere rapporti conflittuali con quei paesi, ma d'essere alla pari e difendere i nostri interessi; vogliono un'Europa che proponga un'altra mondializzazione dove il libero scambio e la competitività di mercato siano al servizio dell'uomo e non l'inverso; che proibisca il dumping sociale e il lavoro dei bambini; che protegga l'ambiente e che consenta lo sviluppo dei Paesi poveri. L'Europa contemporanea propone un avvenire diverso.

Oggi assistiamo ad un Europa senza regole, governata dagli Stati più forti, debole e ingovernabile sotto il profilo politico, trasformandosi in un baraccone imponente, economico e commerciale, privo di rappresentatività e autorità politica, essendo simile ad un vaso di coccio fra il gigantismo americano e il gigantismo cinese. Si dovrà allora ricorrere ad una fase nuova per consolidare un nucleo omogeneo di Stati, uniti da esperienze politiche e tradizioni comuni e, quindi, capaci di soluzioni condivise.

mercoledì 4 febbraio 2015

Globalizzazione e TTIP (pillole)



Continuiamo a parlare del famigerato accordo che l'Europa vorrebbe stringere con gli USA per mercificare ogni aspetto e condizione della nostra vita, e sottometterci per legge agli interessi commerciali delle multinazionali. Il caso della Corte Ue che dice si al brevetto “Un ovulo non è un embrione" a fini industriali è solo l'inizio. Siamo ormai arrivati alla brevettabilità della vita, appunto, ci vogliono tutti merci nelle mani delle multinazionali. Oggi la Gran Bretagna ha approvato una legge per i bambini con tre genitori per prevenire malattie genetiche. Con ogni strumento, per il profitto, si cerca di modificare anche la natura umana.

L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno avviato la creazione di un accordo di libero scambio, il TTIP. Secondo questo trattato essi prevedono di stimolare l'economia uniformando gli standard di regolamentazione economica. Ma la domanda è la solita: ciò che è buono per le aziende è buono anche per i cittadini? Quasi tutti i consulenti dei negoziatori rappresentano gli interessi delle corporation. Le decisioni prese avranno un ampio impatto, motivo importante per tenere sotto la lente di ingrandimento i negoziati, ma questo è prprio quello che non sta accadendo. I negoziati stanno avvenendo senza la dovuta partecipazione dei cittadini e questo non sembra democratico. Che cosa c'è in gioco? Quali interessi ci sono dietro questo accordo?
Carne bovina agli ormoni, bestiaame clonato, pollame clorato e tutta l'ingegneria genetica che ha preso piede negli Stati Uniti, mentre l'Unione Europea vieta tutto ciò. Gli interessi delle grandi corporation sono evidenti, per esempio l'associazione dei produttori di carne suina (US National Pork Producer Council) ha dichiarato che non accetterà alcun trattato in cui l'uso degli ormoni sia vietato. Fracking, una tecnica di estrazione, negli USA è ampiamente utilizzato per aumentare la disponibilità di gas e petrolio. Una miscela di acqua e prodotti chimici è compressa ad alta pressione nel sottosuolo, con il risultato della contaminazione dell'acqua potabile e del suolo. Si promettono esportazioni di gas a buon mercato. Ma a quale prezzo? E chi è il responsabile dei danni causati? Gruppi di ambientalisti di tutto il mondo respingono con determinazione questa tecnica del fracking. Eppure il fracking sta prendendo piede sempre di più, e ora rischia di attecchire anche in Europa. La puntata di Report del 12 maggio 2014 


Nel 2010 a seguito della crisi finanziaria gli USA hanno dato alle proprie autorità amministrative la possibilità di regolare le controllate estere delle banche statunitensi.  Ciò ha infastidito le banche, ma ha trovato un alleato nell'UE che ha una regolamentazione troppo debole in questo settore. Ancora una volta sono a rischio le proposte per una maggiore regolamentazione bancaria. I risultati ottenuti su entrambi i lati dell'Atlantico sono a rischio. Un rischio per la nostra società, compreso i diritti dei lavoratori (come oggi abbiamo visto con il JOB ACT in Italia) che sono stati ottenuti con un duro impegno nella zona dell'UE. Negli USA, tuttavia, non ci sono molti diritti che proteggono i lavoratori. Nessun diritto per l'elezioni dei consigli di fabbrica, o di sindacati, per la contrattazione collettiva. Questi diritti saranno direttamente minacciati dall'apertura di concorrenza dei nuovi mercati. Dalle cosiddette controversie Stato/investitori che il TTIP autorizza, particolarmente pericolose per lo Stato ed i suoi cittadini. Se una legge influenza negativamente i diritti di una corporation, questa può citare in giudizio lo Stato, il tutto a spese dei contribuenti. Le controversie legali sono più che probabili, dato che le corporation ritengono le leggi di protezione ambientale dannose per i loro profitti, come le leggi sul salario minimo, su maggiori imposte o divieti per particolari prodotti. Il problema è che tali dispute non saranno discusse in tribunali ordinari, ma in commissione arbitrali composte di avvocati, le cui decisioni saranno vincolanti a livello internazionale.

Gli accordi internazionali di libero scambio potranno costare molto ai cittadini come il Canada ha scoperto, dopo aver aderito al NAFTA firmato insieme agli USA ed al Messico. I cittadini del Quebec hanno votato in un referendum per proteggere il loro ambiente dal fracking. Una corporation di fracking ha citato in giudizio il governo canadese per 250 milioni di $ di risarcimento. Come quelle che stanno presentando all'UE vengono diffuse grandiose promesse di prosperità e di nuovi posti di lavoro, come nel nostro Paese la Marcegaglia si sta dando da fare:


Le piccole aziende che hanno di solito standard di qualità elevati, per esempio quelle dell'agroalimentare, soffriranno la concorrenza di aziende multinazionali straniere che non hanno quelle qualità. Ad esempio il latte negli USA può essere prodotto da mucche ingravidate artificialmente, questo diminuisce tantissimo i costi e i tempi di produzione. In Italia è vietato e considerato un orrore, giustamente, e rischioso per la salute. Che latte berremo in futuro? Che fine faranno il parmigiano reggiano, e il nostro latte? Solo per fare un esempio.

Esperti stimano che il trattato del NAFTA è costato 700.000 posti di lavoro negli Stati Uniti ed ha ulteriormente impoverito il sud del Messico. Tutto questo in netto contrasto con le belle parole e le previsioni ascoltate al tempo dei negoziati del NAFTA. Promesse che ancora una volta stiamo ascoltando con il trattato del TTIP. I vincitori di un accordo di libero scambio sono soltanto le banche e le corporation, ma possiamo ancora fare qualcosa: aiutare l'associazione (clicca ATTAC).






venerdì 30 gennaio 2015

TEORIA DEL DEBITO ODIOSO




Salvatore Tamburro: Peccato mi abbiano concesso appena 4 minuti per dire la "verità", ma considerando che stavo di fronte a milioni di telespettatori italiani lobotomizzati da anni e anni di bugie e di cazzate da parte dei mass-media e politici collusi e considerando che ho pronunciato alcune "paroline magiche" che nessuno ha mai osato dire in una diretta televisiva rivolta ad un così vasto pubblico spero che tutto ciò almeno sia servito a risvegliare qualcuno. Se dopo questa breve apparizione non mi vedrete più su alcuno schermo televisivo sappiate che non è stata una mia scelta.



Debito pubblico dove in ogni angolo dei quotidiani ne sentiamo parlare, in ogni ritaglio delle varie trasmissioni giornalistiche televisive, un fardello che ci accompagna in tutta la sua salomonica drammaticità. Poco o niente sappiamo del debito detestabile, uno strumento giuridico utilizzato a livello internazionale per decidere di non pagare il debito pubblico, uno strumento che hanno utilizzato diversi Stati, in epoche nemmeno tanto lontane, in cui l’Italia ne potrebbe trarre beneficio visto che siamo arrivati alla modica cifra dei 2.100 miliardi di € di debito pubblico. 

La data in cui parte l’analisi è il 1981, in cui si verifica la cosiddetta separazione del ministero del Tesoro e la banca d’Italia. Negli anni precedenti la banca d’Italia garantiva sempre l’acquisto dei titoli di Stato, ora il finanziamento della moneta è subordinato all’emissione dei titoli di Stato ed acquistato dalle banche ed in cambio danno moneta. Il problema qual’è, sostanzialmente questi titoli di Stato hanno anche degli interessi che devono essere pagati alla scadenza dei titoli, i quali generano il debito pubblico. 
Ovviamente questo esiste perché i Stati sono stati privati del potere più importante che ha: il potere di emettere moneta, compresa l’Italia che non ha più l’emissione del suo denaro, del suo denaro scritturale che viene emesso dal sistema bancario e quindi di entità privata, e quindi S.p.A. Anche la nostra banca d’Italia che si spaccia per un ente di diritto pubblico, nei fatti è una S.p.A., basta andare a vedere gli azionisti della banca d’Italia sono tutte banche: Unicredit, Intesa San Paolo, MPS, BNL, le quali detengono la maggioranza delle quote della banca d’Italia. L’unica quota in mano pubblica è quella dell’INPS e dell’INAIL che hanno un modesto 5%.

E’ doveroso ricordare che dal 1981 si avvia tutto il processo di privatizzazioni, anche grazie a Draghi, Prodi, Ciampi e via dicendo, che hanno avviato un processo in cui molte imprese che prima erano pubbliche diventando private.

Sempre partendo dal 1981 questa montagna di debito pubblico che l’Italia si ritrova è composto da interessi, interessi che noi paghiamo sul debito pubblico. Dal 2008 al 2011 il debito pubblico è sempre aumentato, addirittura dal 2001 a 2012 si riscontra un aumento di 11 miliardi di €, una cifra enorme, infine dal 2011 il debito è passato da 1900 miliardi a circa 2.100 miliardi dei giorni nostri. Un debito che non riusciremo mai a sanare in quanto il debito è sempre in continuo aumento. Basandosi sui dati ISTAT è possibile fare un calcolo degli interessi pagati sul debito pubblico dal 1980 al 2012. Raffrontando uno Stato a moneta debito, quella emessa dalle banche, e uno Stato ha moneta Sovrana, quella emessa dallo Stato. Se ci si diverte a fare questo calcolo, che tutti possono fare, ci si accorge di una cifra gigantesca che l’Italia ha dato alle banche solo per interessi, una cifra che equivale a circa 1.800 miliardi dal 1980 ad oggi. Se invece lo Stato non avesse dato questi soldi alle banche, ma avrebbe generato una moneta sovrana ad oggi l’Italia sarebbe con un avanzo di circa 250 miliardi a credito, che ovviamente potevano essere utilizzati per produrre altri beni e servizi per i cittadini. In sostanza è un sistema truffaldino di cui i cittadini fanno la parte dell’incudine, costretti a lavorare e pagare tasse per le oligarchie private, banche e corporation. Che cos’è la domanda aggregata, ovvero la ricchezza di un Paese? 
Seguiamo questo video (Morte e risurrezione di Keynes)


Come avete potuto vedere dalla formula della domanda globale:

Dg= C+I+G+Ex

si deduce che lo Stato non è in grado di manovrare tutte e 4 le variabili, ma riesce a manovrare solo 2 ovvero i consumi ( C ) ad esempio riducendo le tasse e la spesa pubblica ( G ) emettendo moneta. Il problema qual’è che andando avanti in un contesto del genere in realtà lo Stato è privato anche di manipolare anche la variabile ( G ), in quanto ci sono le banche che comprano i titoli di Stato, e lo Stato non ha i mezzi sufficienti per costruire strade, ospedali, scuole e servizi sanitari se non attraverso l’acquisto dei titoli di Stato. Tradotto lo Stato è soggiogato dalla oligarchia bancaria, in realtà quello che si limita a fare lo Stato è semplicemente ridurre e aumentare le tasse secondo le necessità o ridurre la spesa pubblica. I cittadini vivono in Italia ed i tutta l’Unione Europea un periodo di politiche monetarie restrittive che sono basate su questi semplici concetti: aumentare le tasse, ridurre la spesa pubblica, che sono totalmente sbagliati per far crescere l’economia e quindi l’occupazione. Lo Stato, invece, dovrebbe fare tutto il contrario, dovrebbe applicare politiche espansive. Lo Stato dovrebbe spendere di più, aiutando le imprese a ricevere finanziamenti più facilmente possibile, perché a sua volta le imprese avendo finanziamenti riusciranno ad assumere nuovi dipendenti, assumendo nuovi dipendenti si avrà nuovo salario atto a generare consumi, quindi il cittadino spende il reddito che ottiene dall’imprese, risultano che l’economia gira. 

Tutto questo non è fattibile in un regime economico presente oggi, si vive in un regime economico in cui lo Stato ha le “mani legate”. Politiche di austerity che l’UE sta obbligando l’Italia a seguire, politiche per aumentare l’età pensionabile, ridurre le infrastrutture dello Stato come la ricerca, sanità, trasporti ecc, cittadini che avranno sempre meno beni e servizi con aumento delle tasse. Ricette economiche che non funzionano, analizzando i dati macroeconomici con i dati ISTAT ci si accorge che la disoccupazione cresce in modo esponenziale. Se andiamo, invece, a ricordare le ricette di Keynes che portò in Europa benefici per quasi 30 anni, finché poi non subentrarono le politiche liberiste favorendo le oligarchie bancarie. Da precisare che finché ci si è basati su un forte interventismo dello Stato l’economia ha girato sempre bene. Il concetto è molto semplice, se una nazione lascia in mano la politica monetaria a delle oligarchie private l’obiettivo principale è quella di fare profitto. E’ ovvio che una società per azioni, per fare profitto, deve minimizzare costi e massimizzare ricavi, quindi raggiungere l’obiettivo dell’utile. Lo Stato non ha questo obiettivo, lo Stato può anche spendere perché il suo obiettivo non è il ricavo è il benessere dei cittadini. Oggi lo Stato non può applicare una politica monetaria espansiva perché il potere di emettere moneta è nelle mani delle banche. Completato il quadro dell’economia ed il rapporto Stato e moneta, parliamo del debito detestabile. Capito che il debito pubblico è stato generato da un sistema truffaldino, un debito generato dalle banche non per gli interessi dei cittadini, ma per l’interesse di istituzioni private; come lo possiamo annullare? Esiste uno strumento che prende nome come debito detestabile, che permette, attraverso dei principi molto semplici, di poter annullare il debito, come alcuni Stati hanno fatto.


E’ ovvio che tale tematica la stampa non ha alcun interesse di sviluppare. La dottrina giuridica è stata promossa da Alexander Nahun Sack, giurista nel periodo della Russia zarista. Portò alla luce tre requisiti fondamentali per poter utilizzare tale principio e cioè:
  1. Il governo deve aver conseguito prestiti senza che i cittadini ne fossero consapevoli e senza il loro consenso
  2. I prestiti devono essere stati utilizzati per attività di cui la cittadinanza non ne ha tratto alcun beneficio
  3. I creditori devono essere al corrente di questa situazione e disinteressarsene 3
Nel tempo Sack perfezionò il processo in cui le parti possono applicare la pratica del debito detestabile. In sostanza afferma che il nuovo governo deve dimostrare l’esistenza del debito odioso con un tribunale o una commissione internazionale, indipendente dai poteri, che deve accertarsi che l’esigenza del precedente governo sosteneva al fine di contrarre il debito in questione erano detestabile e chiaramente in contraddizione con l’interesse del popolo. Il secondo principio era che i creditori al momento di erogare il prestito erano a conoscenza del debito. Il terzo principio nell’applicazione di questa teoria è che al momento della creazione del debito il governo ne ha usufruito per dare beneficio al popolo, non degli interessi privati. 

Basandosi su questi requisiti fondamentali ci sono degli Stati che sono riusciti ad annullare il loro debito, ad esempio gli USA nel 1898 rifiutarono il debito che aveva Cuba quando il paese era ancora sotto la potenza spagnola, quando passò sotto il dominio americano gli USA dissero che quel debito che aveva Cuba era detestabile, perchè era stato generato dagli spagnoli per interessi personali. 

Per venire ai giorni nostri con il debito iracheno nel 2003. Sapete benissimo che gli USA con la guerra in Iraq, con la scusa delle armi di distruzione di massa che non furono mai trovate, hanno invaso l’Iraq compreso il suo debito pubblico, generato dal governo di Saddam Hussein. Anche in quella occasione definirono quel debito impagabile e cioè detestabile attraverso una serie di processi internazionali basato sul debito detestabile hanno dimostrato che il dittatore aveva utilizzato quel debito per scopi personali. 

Ovviamente i mass media non ne parlano affatto di questo principio, altrimenti domani mattina si sveglia uno Stato dicendo di applicare lo stesso principio, una teria che viene tenuta molto nascosta. L’ultimo che ha applicato questo principio del debito odioso è stato lo Stato dell’Ecuador nel 2008: Rafael Correà ha annullato qualcosa come 11 miliardi di $ che il Paese doveva ad istituzioni sovranazionali come l’FMI, sostenendo che quel debito è nato da governi precedenti che non hanno utilizzato quella moneta a beneficio della collettività, ma l’hanno utilizzato a scopo personale. Quindi Correà ha ripudiato questo debito pubblico annullando il debito che l’Ecuador aveva con il FMI. 

Tutto questo per dire che tale strumento è possibile adottarlo anche per l’Italia, mostrando che abbiamo 2.000 miliardi di debito che in realtà non hanno portato benefici ai cittadini, pensiamo che siamo ancora in recessione economica, siamo in una situazione che ci sono suicidi di piccoli imprenditori per insolvenza, siamo in una situazione in cui le imprese chiudono ad un ritmo di 70 al giorno perché non riescono più ad andare avanti ed i prestiti che le banche ci stanno facendo non stanno portando alcun beneficio, contrariamente alle banche portano lauti guadagni. Banche che si arricchiscono a fronte degli interessi che dal 1980 ad oggi sono finiti nelle loro casse. Un sistema truffaldino che può essere annientato solo introducendo la Sovranità monetaria. 

Una Sovranità monetaria che ha lo scopo di creare beni e servizi, che contrariamente a quanto dicono i professoroni che un Paese con Sovranità monetaria possa cadere nell’inflazione. Oggi abbiamo in Italia un 3% di inflazione, però siamo in recessione economica, abbiamo problemi di disoccupazione, 6.2 milioni di persone tra precariato e disoccupati, una cifra spaventosa. Eppure abbiamo il 3% di inflazione, una cifra modesta, mentre è da proporre un inflazione del 30%, ma annullare la disoccupazione che è il problema più grave, tra l’altro ci sono dei dati che dimostrano che l’inflazione non viaggia di pari passo al debito o al PIL, sono comunque dei meccanismi separati. La presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner, per esempio, ha risollevato l’economia del suo paese, che prima godeva di un inflazione molto bassa, ora l’inflazione è altissima però ha risolto il problema della disoccupazione. Come ha ottenuto questo risultato? Cominciando ad investire con la spesa pubblica emettendo più moneta per generare beni e servizi con la conseguenza che imprese e cittadini ne sono stati avvantaggiati. Il meccanismo fondamentale è che senza Sovranità monetaria non si riesce ad andare avanti, è inutile proporre altre teorie se lasciamo il potere di emettere moneta nelle mani di organismi privati che sono le banche. Detto questo possiamo anche annullare il debito, avvalendosi degli strumenti a livello giuridico internazionali, sopra citati. E’ ovvio che a quel punto uno Stato sarà in grado di attuare delle politiche monetarie espansive, non restrittive come i cittadini stanno subendo oggi (piena recessione economica), riattivando i consumi per le imprese che a loro volta hanno la pssibilità di assumere nuovi lavoratori, risolvendo il problema della disoccupazione. 

Una teoria keynesiana soppiantata dalle teorie neo liberiste in cui lo Stato deve essere messo da parte, non deve intervenire nel mercato, in quanto il mercato si regola da solo. I dati dimostrano che non è così, il mercato non si regola da solo se non c’è l’intervento dello Stato, o meglio si regola da solo quando si creano le privatizzazioni in cui il bene pubblico lo vendi ad una multinazionale, come l’acqua, il trasporto, la scuola e la sanità. Che cosa succede? Succede che i cittadini si ritrovano con il prezzo maggiorato dell’acqua, si formano dei monopoli pubblici che si trasformano in monopoli privati. Ecco perchè le banche sono delle istituzioni a delinquere, come il FMI, come il WTO e la BCE, sono tutte istituzioni private che si spacciano per istituzioni pubbliche che gestiscono tutta l’economia mondiale. Solo attraverso un maggiore intervento dello Stato si possono attuare ricette economiche per il bene dei cittadini, compreso il diritto di disobbedire ai creditori (clicca qui).



sabato 3 gennaio 2015

Disuguaglianza sociale








"Abbiamo urgente bisogno di modificare le regole dell'economia per favorire la ripartenza degli investimenti pubblici nelle città, nelle regioni e nelle provincie. Dobbiamo sostenere una spesa pubblica di qualità che serva anche a quelle strutture per la prima infanzia, per gli ospedali, per le opere pubbliche, per l'ambiente, per il trasporto pubblico, per la viabilità, per le case, condizione necessaria anche per una coesione sociale, migliorando la qualità degli investimenti pubblici favorendo la crescita e l'occupazione". 





Mariana Mazzucato (La Repubblica 31/12/2014) 
LA CRISI finanziaria globale che è cominciata nel 2008 e i cui strascichi si fanno ancora sentire pesantemente, è stata provocata da due fattori. Il primo è l’aumento della disuguaglianza, specialmente negli Usa, che ha costretto le persone a indebitarsi fortemente.
IL secondo fattore è stata la presenza di un settore finanziario deregolamentato, che negli ultimi decenni è cresciuto a ritmi ben maggiori della produzione industriale perché la finanza, per speculare, prestava a se stessa invece che all’industria. Le politiche per il dopo-crisi dovrebbero quindi puntare prioritariamente a ridurre la disuguaglianza e indurre la finanza a coltivare e prestare soldi all’economia reale. Eppure oggi stiamo fallendo miserevolmente su entrambi i fronti.
La disuguaglianza è in aumento. E se le cifre scoraggianti relative agli Stati Uniti sono ben note, l’Italia, per molti aspetti, sta andando peggio del resto dell’Ocse su questo versante. I dati Eurostat mostrano che il 10 per cento più ricco della popolazione italiana guadagna tre volte di più del restante 90 per cento, e mentre nel resto dei Paesi dell’Ocse il reddito dell’1 per cento più povero in percentuale del totale è cresciuto (dall’1,8 al 2,6 per cento), in Italia continua a regredire. Inoltre, anche se fa comodo fingere che tutte le imprese se la passino male, la realtà è che la quota dei profitti sul totale del reddito a livello mondiale è a livelli record; e l’Italia da questo punto di vista è ai primi posti in Europa, con il 45 per cento rispetto a una media Ue del 40. E come dimostra Mario Pianta nel suo libro Nove su Dieci, tutto questo mentre i salari medi per lavoratore italiano sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.
Ma per ridurre la disuguaglianza non basta considerare solo l’efficacia della tassazione redistributiva o elargizioni come il bonus degli 80 euro. È essenziale affrontare anche i problemi più intrinseci di governance aziendale che hanno consentito ai profitti di salire a livelli record, distanziando i salari. È proprio questo punto che ci porta al secondo problema. L’idea che la finanza grande e cattiva debba in qualche modo essere addomesticata per poter far pendere nuovamente la bilancia dal lato della buona vecchia industria non tiene conto di quanto sia diventata malata l’economia reale. L’industria stessa si è finanziarizzata, concentrandosi esageratamente sull’accumulo di liquidità (a livelli record) e/o spendendo per misure, come gli stock buy back, che rafforzano sul breve termine il titolo azionario (e di conseguenza le stock option e le retribuzioni dei top manager), invece di puntare su quelle tipologie di spesa che garantiscono una crescita nel lungo periodo, come gli investimenti in ricerca e sviluppo e in formazione del capitale umano.
È urgente quindi che la politica industriale, che finalmente sta tornando in voga, non si limiti a sostenere certi settori, come l’informatica o le bioscienze, ma chieda alle aziende che operano in questi e in altri settori di partecipare alla riforma necessaria. Invece stiamo assistendo all’esatto contrario: governi che si fanno in quattro per accondiscendere senza fiatare alle richieste delle grandi imprese “per favorire la crescita” e un attacco generalizzato contro i diritti dei lavoratori. Un esempio di quest’ultima tendenza è il modo in cui il governo italiano continua a sostenere che l’impedimento alla crescita in Italia risiede nel livello delle retribuzioni dei lavoratori e che la soluzione stia quindi nel fare di tutto per ridurre il costo del lavoro (la recente riforma Renzi). La realtà è che l’aumento del costo unitario del lavoro è il risultato di un calo della produttività dovuto alla diminuzione degli investimenti privati (e pubblici) in tutte le aree suscettibili di incrementare il capitale umano e l’innovazione.
Un esempio della prima tendenza (il governo ostaggio delle richieste delle imprese) è l’introduzione (purtroppo meno dibattuta) della patent box in Italia per opera del governo Renzi (nel 2013 era stata introdotta nel Regno Unito dal cancelliere dello Scacchiere Osborne). Questa politica, che riduce enormemente la tassazione sul reddito derivante da brevetti, ottiene il risultato di accrescere ancora di più i profitti delle imprese, ma fa poco o nulla per incrementare gli investimenti in innovazione del settore privato (lo scopo dichiarato della misura). I brevetti sono già dei monopoli: i governi non devono intervenire sul reddito che generano (protetto per vent’anni!) ma sulla ricerca che a quei brevetti conduce, specialmente in un Paese come l’Italia, che è fra quelli in cui le imprese spendono meno per ricerca e sviluppo. Invece questa misura ottiene come unico effetto di ridurre gli introiti dello Stato, costringendolo a tagliare su altri fronti per rimanere in linea con gli obbiettivi (dannosi) sul deficit.
Un altro esempio è quell’altra parte della riforma del lavoro di Renzi che riduce le tasse per fondi di private equity, crowdfinancing e fondi di venture capital, come se fossero questi i segreti per finanziare l’innovazione. La verità è che quello che serve alle piccole imprese innovative e in forte crescita sono finanziamenti pazienti, a lungo termine, non il modello sempre più speculativo del venture capital, che punta solo sulla “uscita” (in 3 anni) dall’investimento attraverso un buyout o Opa. Inoltre, la visione errata dei fattori che trainano la crescita ha spinto a portare la durata necessaria per ottenere riduzioni delle aliquote sulle plusvalenze per gli investimenti di private equity da dieci a due anni, incoraggiando molti di questi fondi a focalizzarsi sui rendimenti a breve termine. Cosa bisognerebbe fare nel 2015? La riforma del settore finanziario, mirata a ricongiungere finanza ed economia reale, dovrà innanzitutto studiare in modo critico i fatti concreti dell’economia reale, e non i miti. I periodi più lunghi di crescita stabile nella maggior parte delle economie si hanno quando le aziende medie e grandi investono i loro profitti nella ricerca di nuovi prodotti e nuovi modi di produrre. Quello di cui c’è bisogno oggi è una finanza impegnata nel lungo termine che aiuti questo processo, sotto forma di banche pubbliche (come la KfW in Germania) o agenzie pubbliche strategiche (come Darpa in Usa o Sitra in Finlandia), e una politica fiscale che favorisca l’approccio a lungo termine, invece di continui tagli delle tasse a beneficio degli speculatori. Solo in questo modo il settore privato troverà il coraggio ed il supporto per investire in innovazione.
Assieme ad una politica fiscale progressiva e non regressiva, è fondamentale anche costruire istituzioni in grado di continuare a negoziare condizioni migliori per i lavoratori, in un periodo in cui i profitti continuano a crescere in rapporto ai salari. I sindacati non sono il problema, sono la risposta: e ovviamente devono diventare il soggetto che più si batte per una crescita trainata dall’innovazione e investimenti invece che per il mantenimento dello status quo.
Finché non metteremo insieme politiche per l’innovazione, riforma del settore finanziario e rafforzamento delle istituzioni in grado di lottare per conto dei lavoratori (la quota del salario del reddito complessivo), continueremo a essere ossessionati dalla necessità di “correggere il settore finanziario”, lasciando l’economia reale malata come prima: più disuguaglianza, tante imprese piccole e deboli e una manciata di imprese grandi e finanziarizzate, che chiedono sempre di più e danno sempre di meno. La ricetta perfetta per il prossimo casinò finanziario e il prossimo crac.

lunedì 22 dicembre 2014

Ti auguro Tempo

Buone feste di cuore a tutti Voi, con l'augurio che questa poesia possa accendere l'anima... sarebbe il più bel momento speso in questo tempo..!

TI AUGURO TEMPO (Elli Michler)

Non ti Auguro un Dono qualsiasi
ti auguro soltanto quello che i più non hanno
Ti Auguro Tempo, per divertirti e per ridere
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa
Ti Auguro Tempo, per il tuo Fare e per il tuo Pensare
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri
Ti Auguro Tempo, non per affrettarti e correre
ma tempo per essere contento
Ti Auguro Tempo, Non Soltanto per Trascorrerlo
ti auguro tempo perché te ne resti
tempo per stupirti e per fidarti
e non soltanto per guardarlo all'orologio
Ti Auguro tempo per Toccare le Stelle
e tempo per crescere, per maturare
Ti Auguro Tempo per Sperare
nuovamente e per amare
non ha più senso rimandare
Ti Auguro Tempo per trovare te stesso
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come dono
Ti Auguro Tempo anche per perdonare
Ti Auguro Tempo
tempo per la vita.

lunedì 24 novembre 2014

Sovranità

LA CONOSCENZA AIUTA A DISTINGUERE (semplice, semplice)

Iniziamo con un video di un imprenditrice ospite a Servizio Pubblico di Michele Santoro puntata del 10 gennaio 2012, praticamente 3 anni fa. 



Da tempo si sente parlare di sovranità; sovranità politica, sovranità alimentare, sovranità sanitaria ed in special modo di sovranità monetaria. Chiedendo l’aiuto al principio idraulico e del percorso dell’acqua proviamo a descrivere con parole semplici che cos’è la sovranità monetaria e le varie conseguenze della sua perdita da parte del popolo, e come funziona un governo, eletto dai cittadini, in possesso di tale prerogativa.

Immaginate una vasca da bagno come se fosse l’Italia tutta, e all’interno di questa vasca tutti i cittadini italiani: il POPOLO.





Poi immaginate una diga come se fosse la Banca d’Italia di Stato.





Conseguentemente si ipotizzi una condotta idrica come le attività del governo.




L’aquedotto attinge acqua dalla diga e quest’acqua poi va distribuita e condotta alla vasca attraverso dei rubinetti. 




Rubinetti che rappresentano:
  1. servizi
  2. sanità
  3. lavori pubblici
  4. pubblica amministrazione
  5. difesa
  6. pensioni
C’è anche un altra fonte di emissione di acqua che è quella creata dalle industrie statali o para statali. Queste industrie non sempre sono in attivo, ma non ha importanza perché sono in ossequio all’art. 4 della Costituzione Italiana.


L’acqua (MONETA) che viene fuori dai rubinetti che arriva al popolo crea ad un certo punto ricchezza; la vasca è piena di acqua. Ovviamente anche il PIL (prodotto interno lordo) è positivo, cioè la ricchezza che una comunità è in grado di creare. Troppa acqua però, quindi troppa moneta può straripare e condurre all’inflazione, cioè una quantità di denaro superiore ai beni prodotti, quindi innalzamento dell'inflazione, ogni unità monetaria potrà comprare meno beni e servizi, conseguentemente erosione del potere d'acquisto dei consumatori. Un buon governo per combattere l’inflazione non va a chiudere i servizi, la sanità, i lavori pubblici ecc., ma intelligentemente installa nella vasca un rubinetto di scarico (tasse),


dal quale va a togliere l’acqua, come già detto rappresenta la moneta, superiore a quello che è necessario. A questo punto il popolo ritorna a vivere una ricchezza equilibrata. Queste tasse ovviamente non servono per pagare o per andare al casinò, ma servono sempre per i stessi servizi ridistrubuiti diminuendo tutt’al più la mandata da parte della diga. L’acquedotto prima rappresentato, a lungo andare può avere anche delle perdite, qui occorre una buona manutenzione. Le perdite come possono essere causate? Vengono causate da sprechi, corruzione e ruberie varie.
Come dovrebbe fronteggia il governo questi sprechi, corruzione e ruberie varie? Le fronteggia con l’ausilio della magistratura, ma ciò che ha perso come lo recupera per avere la stessa portata di acqua e quindi di moneta? Le recupera attingendo l’acqua dalla diga. 
Ora vediamo cosa succede quando abbiamo rinunciato alla Sovranità monetaria.
Abbiamo sempre lo stesso quadro di distribuzione del denaro, la diga, l’acquedotto, i rubinetti, la vasca da bagno ed il rubinetto di scarico. Cosa cambia? Cambia che ad un certo momento questa moneta non lo attingiamo più dalla nostra diga (Banca di Stato), andando avanti soltanto con l’acqua recuperata dalle tasse (trattati europei), ma se andiamo avanti solo con le tasse non può bastare per mantenere in piedi i vari servizi, stipendi e pensioni, per cui cosa succede? Il governo si rivolge alle banche attingendo moneta che si aggiungerà a quello delle tasse cercando di mantenere i rubinetti di distribuzione sempre alla stessa portatata. Attingendo moneta dalle banche si aggiunge qualche cosa in più in quelle perdite di acqua. Si aggiunge il debito pubblico e quindi gli interessi passivi. Quindi la moneta sottoposta a questi interessi al governo non rimane che stringere sui servizi, incomincia a stringere sui rubinetti degli stipendi, sulla difesa, incomincia a stringere sulle pensioni allungando il tempo di pagamento ai cittadini, con la conseguenza aumentando la portata delle tasse, aprendo sempre di più il rubinetto di scarico. Un popolo sottoposto a questo tipo di distribuzione e di prelievo, prima o poi, va in recessione, ed anche il PIL ne risente incominciando ad andare in negativo. Il 100% delle tasse ha ridistribuito al 60% a tutto ciò che comportano i servizi dello Stato, mentre la ricchezza diminuisce, le tasse aumentano, i poveri aumentano e la ridistribuzione diventa quasi SOPRAVVIVENZA, in quanto il 40% di quelle tasse vanno a finire a chi ci ha prestato il denaro, cioè alle banche. 



Alla lunga, però, con questo sistema anche le tasse non ci sarà più la possibilità di pagarle diminuendo ad un ritmo al rialzo, vuoi chiamarle evasione, vuoi chiamarle impossibilità di sostenerle. 
Tutto questo accade oggi nel 2014. Che cosa succederà in realtà nel 2015, è solo quello, è solo quella la prospettiva? L’Italia per essere nella moneta unica dovrà necessariamente ripsettare i patti che  ha scelleratamente sottoscritto, quindi il trattato di Lisbona e cioè il FISCAL COMPACT. Il fiscal compact è sostanzialmente la riduzione del 60% del debito pubblico italiano (oggi cica al 135% rispetto al PIL) che ammonta attualmente di €2.196.453.865.000 con interessi passivi di circa €79.300.000.
Ciò significa abbattere ogni anno 80 miliardi di debito. Un secondo patto si chiama MES o ESM (Meccanismo Europeo di Stabilità) e cosa significa? E’ una specie di fondo Salva Stati, in cui tutti gli Stati che ne fanno parte hanno messo e metteranno del denaro che poi aiuterà chi ne avrà bisogno. In realtà agli Stati che saranno concessi gli aiuti li indebiterà ancora di più. Un terzo patto si chiama ERF (European Debt Redemption Fund). Un patto ancora più disastroso che i nostri rappresentanti hanno sottoscritto ipotecando i beni pubblici degli italiani tutti. In sostanza: se l’Italia non riesce o non sarà in grado di abbattere il debito di 1/20 l’anno dovrà garantire versando al MES tutte le sue riserve auree, oppure svendere i beni pubblici o aziende statali. Questo in pratica si chiama BARATRO, che deve ancora arrivare.

Nessun articolo della Costituzione recita:
Le tasse servono a pagare debiti, sprechi, interessi, pensioni d’oro, stipendi d’oro ed arricchire i banchieri.

Contrariamente la Costituzione afferma: 
Art. 53.Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività, non fino alla povertà ed al suicidio.

L’Italia può ritornare ad avere un buon governo, può ritornare ad avere un parlamento sovrano, può ritornare ad avere un presidente della Repubblica in grado di tutelare gli interessi degli italiani e non delle lobby? 

Diciamo di si, con qualche riserva.
1. Non fatevi ingannare da chi vi intimorisce con aumento dello Spread, inflazione, aumento di interessi. Non fatevi ingannare da chi sceglie personaggi graditi e non dalla governance europea e il pericolo di diventare come la Grecia. SPREAD: si è già visto che se riprendiamo la Sovranità Monetaria e quindi di poter stampare moneta, lo Spread sparisce. INFLAZIONE: se l’inflazione si combatte dosandola con le tasse, anche questa non fa paura. AUMENTO DEGLI INTERESSI: se il popolo ritorna ad essere Sovrano stampando moneta, e questa moneta la mettiamo sotto una nostra banca pubblica e nazionale, saranno le altre banche private a venire a chiederci il denaro in prestito, saranno loro a pagare gli interessi passivi nei confronti dei cittadini. Chiaro come la luce del sole che quando un cittadino si recherà presso una banca commerciale non potrà essere strozzato da aumento degli interessi passivi, in quanto, caso contrario, saremmo noi stessi a chiudere i rubinetti, costringendo la banca ad andare sul mercato estero. PERSONAGGI…: la scelta dei personaggi graditi all’Europa? Io credo che i personaggi in uno Stato democratico, devono essere graditi al Popolo Italiano e devono avere disciplina ed onore a servire tutti i cittadini, tutelando la loro dignità.


2. Se questo è il baratro, il recinto che l’Europa ha costruito allora è meglio uscire subito. ITALIA UGUALE GRECIA: diventeremmo la Grecia se l’Italia uscisse dall’Euro. Solo con cambio variabile e non fisso, come quello che a creato la moneta unica il Paese potrà ritornare ad essere competitivi sui mercati. Dare vita alla nostra agricoltura, sviluppare il nostro turismo, riprendere a sostenere il nostro artigianato, costruire opere pubbliche con un nuovo slancio per l’edilizia, rimettendo in moto l’intero commercio.
La cosa che fa riflettere è che i politici di destra e di sinistra che vivono con stipendi e pensioni d’oro, non vogliono perdere i loro privilegi salvando l’Euro più che l’essere umano e la sua dignità.

martedì 28 ottobre 2014

L'accusa

Quello che interessa sottolineare è sostanzialmente quello di dare degli elementi di fondo del come si è costruito il debito pubblico italiano. Ovviamente il tema del debito apre molti altri temi, apre il tema di come stare in Europa, apre il tema della politica fiscale come del resto apre un discorso della sovranità monetaria. Tutti temi che verranno solo sfiorati in questo articolo, per ovvi motivi di dimensione e non mettere troppa carne sul fuoco.

Ci si limita esclusivamente di come si è formato il debito e le conseguenze sociali con l’aiuto delle seguenti slide.


Dobbiamo cercare di fissare un punto nella storia altrimenti ci si perde. Il punto storico preso in considerazione è il 1980, anche perchè da un punto di vista della funzione della banca d’Italia e del suo divorzio dallo Stato Italiano è uno spartiacque quindi è più che doveroso partire dal 1980. Nel 1980 l’Italia aveva un debito pubblico attestato su 114 miliardi di €, nel 2012 il debito italiano era di 2.022 miliardi di € con un aumento di circa 20 volte. Nel grafico si può notare l’evoluzione del debito attraverso gli anni nella quale è possibile vedere due zone distinte, un area che arriva fino al 1992 ed un altra parte invece fino al 2.012. I due periodi vanno distinti perché c’è un cambiamento di fondo soprattutto nella politica della spesa. La formazione della spesa nei due periodi, benché abbiamno molte cose in comune, però dal 1992 in poi c’è un aspetto che rompe totalmente con il periodo precedente. Gli anni in cui si è avuto un aumento vertiginoso del debito pubblico dal 1980al 1982 con un aumento di circa del 140% qualcosa come un 53% all’anno. Dal 1992 in poi il debito continua a crescere ma ad un ritmo molto più basso. 

Cosa è successo dal 1980 al 1992.


Partiamo dai 114 miliardi di partenza, poi vediamo due blocchi; il primo blocco definito disavanzo primario che rappresenta tutto un ammonatare di spese per servizi ed investimenti che andava oltre la raccolta fiscale. Quindi se è vero che lo Stato faceva, buona o cattiva che fosse, per il Paese, la spesa superava il gettito fiscale contribuendo alla crescita de debito. Il secondo blocco rappresenta gli interessi sul debito che hanno una rilevanza preponderante. La caratteristica di questo tempo è determinato che lo Stato spendeva per servizi ed investimenti più di quanto non incassava, cioè questo è il periodo in cui si realizzava effettivamente l’accusa della Merkel. La Merkel continua a dire che l’Italia è indebitata perché spendiamo oltre le nostre possibilità. Da un punto di vista storico l’unico periodo in cui l’Itaia ha speso oltre la sua possibilità, spese al servizio del Paese, è stato appunto questo dodicennio per 140 miliardi, nemmeno una cifra così esagerata. Mentre gli interessi sono stati praticamente 5 volte tanto.



Dal 1992 in poi si sono aumentate le tasse, sino abbassate le spese in modo da ottenere un avanzo crescente da poter destinare agli interessi, ma nonostante tutto questo l’Italia non c’è l’ha fatta. E’ successo anno per anno quello che è successo nel 2012. Nel grafico sono rappresentanti due rettangoli, con i relativi dati numerici, quello di sinistra le entrate fiscali, quello di destra le spese . Vediamo che nel 2012 le entrate sono state di 753 miliardi, ma se andiamo a vedere nell’altro rettangolo ci si rende conto che la parte di entrate che il Paese ha effettivamente speso per servizi, investimenti ed il funzionamento della pubblica amministrazione questa cifra si è fermata a 714 miliardi, cioè l’Italia ha speso meno di quanto ha incassato per ben 39 miliardi. Che fine hanno fatto questi 39 miliardi? 39 miliardi in parte sono stati utilizzaTI per pagare gli interessi. Complessivamente nel 2012 gli interessi sono ammontati a 87 miliardi, i 39 miliardi non sono stati sufficienti per pagare tutti gli interessi maturati in quell’anno, ne sono rimasti fuori 48 che rappresentano nuovo indebitamento per lo Stato Italiano.



Questo spiega perché l’Italia si è infilata a non riuscire a pagare gli interessi anno per anno nel meccanismo infernale per cui gli interessi aumentano il debito. Ciò comporta che se non riesce a pagare l’interesse (questo vale non solo per gli Stati, ma vale per le famiglie, per le aziende) presentandoti al creditore, il creditore continuerà agli ineressi che non paghi come nuovo debito, aumentando il capitale in cui si ricalcolano gli interessi per l’anno successivo, quindi ogni volta che gli interessi non si riescono a non pagare fanno aumentare il capitale su cui si ricalcolano gli interessi creando una rincorsa continua fra aumento del capitale e aumento degli interessi. Questo processo si chiama ANATOCISMO. 



Questo è un grafico che evidenzia di quello che è accaduto in questo ventennio. Si notano tre linee; una linea blu che rappresenta l’entrate, la linea nera le spese primarie (spese per i cttadini ed il funzionamento della macchina pubblica), la linea rossa le uscite totali che comprendono anche gli interessi. Dal 1992 in poi c’è una biforcazione costante fra le entrate e la spesa primaria. La spesa primaria è costantemente più bassa rispetto alle entrate, ma la spesa complessiva la supera sempre.



Per avere un riepilogo dal 1992 ad oggi si nots come questo debito di partenza di 850 miliardi con gli interessi complessivi sono stati di 1.643 miliardi, una parte sono stati coperti dall’avanzo primario (risparmio sulle spese) di 672 miliardi, ne sono comunque rimasti fuori 97 miliardi, che naturalmente hanno contribuito a far crescere il capitale. A questo si aggiunge un altro blocco di circa 200 miliardi di cui è difficile dire che cosa c’è dentro, sembra quasi che sia un debito fuori bilancio, per esempio si pensi ai 90 miliardi di debito all’imprese italiani che lo Stato Italiano a verso di loro che improvvisamente sono saltati fuori.


Nel riassunto scritturale dobbiamo avere ben presente il peso degli interessi sul debito pubblico italiano.



La domanda che ci si pone è perché il Paese non è riuscito a reggere il passo con gli minteressi, dal momento che il debito è formato dal 90% dagli interessi. Nella slide ci sono rappresentate varie ragioni di questa debacle.



Gli interessi hanno avuto, come si vede, questo andamento altalenante. Sicuramente negli anni ‘80, un periodo in cui il nostro Paese aveva degli interessi da usura, viaggiando su tassi d’interesse fra i 14 e il 25%. Ovviamente se uno Stato deve pagare degli interessi così alti è palesemente uno Stato destinato all’impoverimento fisiologico. I tassi alti sono durati grosso modo fino al 1996, con una discesa costante all’ingresso dell’Italia all’UE, per poi rialzarsi, nel 2011, al 6% quando c’è stato l’attacco speculativo nell’estate di quell’anno. Gli interessi, pertanto, hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita del debito italiano.



Andiamo sul lato dell’entrate, notiamo che da vent’anni a questa parte si sta facendo un tentativo costante per avvantaggiare i ricchi a discapito dei poveri, un disegno chiaro, lampante. Lo vediamo soprattutto se analizziamo l’IRPEF, che è una delle voci delle entrate dello Stato (imposta sulle persone fisiche). Nel 1974, quando l’imposta viene istituita, parte con 32 scaglioni (in ogni passaggio di reddito si aumenta l’aliquota fiscale in perfetta armonia con l’articolo costituzionale 53 “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”) quanto più la tassa vuole essere giusta, tanti più scaglioni devi inserire per tener conto delle condizioni di reddito reale del contribuente e delle famiglie, un impostazione che si ispirava molto alla logica dell’equità, per cercare di ricavare soldi soprattutto dai redditi alti, infatti nell’ultimo scaglione eravamo ad una soglia del 72%.Gradatamente i scaglioni si sono ridotti a 5, con il primo che parte dai 15.000 € con una percentuale del 23%, con l’ultimo cha va oltre i 75.00 €, praticamente ⅓ previsto nel 1974, che non supera il 43%. E’ chiaro come il giorno che c’è stata una strategia per avvantaggiare le classi richhe. Andando avanti chi è che paga l’IRPEF e la sua composizione, con dati riferiti al 2012; il 53% del gettito arriva dal reddito dipendente, il 27% arriva dalle pensioni, le altre forme di gettito rappresentano solo il 20%


Analizzando delle entrate sappiamo che una grandissima piaga che abbiamo in Italia è quella dell’evasione fiscale, con una stima di 180 miliardi di € 24% dell’intero gettito fiscale. Si tenga conto che in Italia non esiste un dato ufficiale sulla composizione dell’evasione fiscale, ma solo ricerche private e il quadro che viene fuori: la parte principale dell’evasione è rappresentato dall’economia criminale, con la seconda rappresentata dal ricorso dei paradisi fiscali. Sfatiamo un mito, quando pensiamo all’evasione pensiamo sempre al macellaio che non ci da lo scontrino, ma questa in realtà è un inezia siamo al 5%, invece gli altri dati n on vengono messi sotto la lente che vengono addirittura facilitati dal potere politico. Il tema dell’economia sommersa che è appunto contribuisce con il 19%. Un altra parte importante è la violazione da parte delle società di capitali, cioè tutti imeccanismi che usano grazie ai commercialisti per cercare di evitare il pagamento delle tasse, magari anche in maniera legale, entrando tra le maglie delle leggi stesse, la così detta elusione fiscale. Si tenga presente che 180 miliardi sono una cifra importante a fronte degli interessi che l’Italia deve pagare. 

Andando invece dall’altro lato, che è quello della spesa, si nota un grande colabrodo del bilancio pubblico italiano, non soltantop per inefficienze, ma anche per ruberie che precisamente non sappiamo, nella slide è rappresentato una stima che ha fatto la Corte die Conti. La corruzione pesa per una cifra di 50/60 miliardi di € all’anno, una cifra notevole che ci mostra la collusione della politica con il mondo degli affari. Poi abbiamo tuto il grande capitolo degli sprechi e delle spese inutili derivate soprattutto dalle scelte politiche, parlando di armi ad esempio qualche politico dice che gli F-35 servono, mentre il popolo dice che non servono, così pure le grandi opere, il popolo dice che non servono, loro dicono che servono.

Queste sono altre fonti di dispersione, naturalmente sono a vantaggio delle banche e delle imprese, un capitolo molto grosso soprattutto per glialtri Paesi europei, la Germania per esempio dal 2006 al 2012 ha visto aumentare il proprio debito pubblico di circa 20 punti sul rapporto interno lordo esclusivamente per salvare le proprie banche inguaiate per aver fatto tutta una serie di operazioni azzardate. In Italia la cifra è rimasta abbastanza contenuta, l’ultima operazione è stata quella della banca MPS, lo Stato ha impegnato qualcosa come 4 miliardi di €, non si sa ancora se a titolo di prestito se a titolodi fondo perduto o si trasformerà in azionariato. Sappiamo, inoltre, per certo che prima l’Italia aveva già speso 3/4 miliardi di € per salvare altre banche che avevano problemi. Può dardi che questa somma sia destinata a salire per l’inizio dell’unione bancaria, la BCE ha detto che sarà molto più rigorosa nei controlli e già si comincia a dire se qualche banca si trova in difficoltà che gli Stati si facciano trovare pronti a soccorrere per bilanciare i loro conti. Una storia recente che lo Stato italiano, nonostante tutte le sue difficoltà, in fin di conti gioca d’azzardo su gli interessi, ha stipulato contratti derivati con varie banche internazionali, si vocifera che per cercare di assicurarsi che i tassi d’interesse non salgono, ma come è noto si tratta di vere e proprie scommesse, per cui si può anche perdere, ed ultimamente lo Stato italiano ha perso sonoramente, di sicuro ha perso 3 miliardi nel 2012, ma probabilmente altre perdite ci saranno. Grande buco nero, non è dato sapere neanche alla Corte dei Conti tutte le operazioni in essere. Altra fonte di dispersione c’è anche la partecipazione ai fondi di salvataggio europeo, l’Italia tra il salvataggio alla Grecia e partecipazione ai fondi collettivi tipo l’ESM, un meccanismo europeo per soccorrere i Stati indebitati utilizzando una somma come 80 miliardi di € negli ultimi 3 anni.

La slide è un tentativo personale, ma se volessimo dire il debito pubblico da cosa è formato? Un buon 50% lo possiamo attribuire all’ANATOCISMO, cioè interessi su interessi che rappresentano la totalità del debito. Inoltre possiamo dire che un buon 30% il debito deriva da evasione e priviliegi fiscali, 18% è dato da corruzione e malspesa e 2% di altre cialtronerie: stipule di contratti, accordi bancari sui derivati.
Nel 2013 il debito pubblico itaiano ammontava a 2075 miliardi.

Qual’è il volto dei nostri creditori? Nel cerchio ci sono compresi soltanto creditori che hanno acquistato titoli del debito pubblico italiano, in quanto c’è un altra parte che raggiunge il 16% pur rimanendo esclusa. Concentrando solo l’attenzione sui detentori di titoli delo Stato italiano ci si rende conto che un 40% sono di soggetti esteri, ricordandoci che fra questi soggetti esteri c’è un ben 10% di così detti italiani estero vestiti, cioè sono risparmaiatori italiani che hanno preferito acquistare titoli di Stato italiani non direttamente, ma attraverso entità estere per chiare finalità di carattere fiscale. Si ha come grande voce le banche italiane 24%, crescendo notevolmente in questi ultimi anni prprpio perché le banche italiane ricevevano soldi e finanziamenti dalla BCE che poi utilizzavano per acquistare titoli del tesoro. Una terza voce rappresenta le assicurazioni del 20%, poi abbiamo le famiglie che detengono il 10% del debito pubblico, con infine la Banca d’Italia che detiene il 6%.

Quanto ci costa? Nel 2012 il debito pubblico ci è costato 86 miliardi di €. Si dice che nei prossimi anni questa somma sarà destinata a salire sopra i 90 miliardi, perché intanto il nostro Paese si è indebitato ulteriolmente , siamo poi tutti dipendenti da quello che decidono i mercati.



Quello che dobbiamo assolutamente avere chiaro che gli interessi aggravano sensibilmente le disuguaglianze contribuendo all’impoverimento degli italiani, perché sono soldi di tutti che invece di essere utilizzati per garantire servizi, soprattutto ai più deboli, vengono utilizzati per concentrarli nelle tasche dei più ricchi, in quanto sono i più ricchi che hanno soldi per comprare i buoni del tesoro. 

Quindi questo a due conseguenze:
Povertà che ha due grossi filoni, povertà assoluta che è la povertà di chi non riesce a soddisfare neanche i bisogni fondamentali che raggiunge una grossa cifra di 5 milioni, l’8% della popolazione italiana. Aggiungendo un altra parte dei poveri relativi che rappresentano un altro 5 milioni e sono coloro che hanno dei consumi che sta al di sotto del 50% della media nazionale. Riassumendo abbiamo una popolazione in condizione di povertà che arriva al 16%. Poi abbiamo un’altra fetta di persone che sono a rischio di povertà, 10 milioni. Sono persone che hanno redditi così bassi, un lavoro così precario per cui basta un imprevisto qualsiasi per andare sott’acqua. E’ sufficiente un dente che si caria e andare dal dentista si è nei guai. Complessivamente la povertà in Italia comincia a colpire 1 persona su 3, una cifra molto grande che rappresenta un 30% della popolazione.

Questo diagramma rappresenta gli effetti della distribuzione della ricchezza. Si sta parlando del patrimonio e dunque della ricchezza accumulata sotto forma di palazzi, sotto forma di risparmi e si nota chiaramente che il 10% delle familgie più ricche detiene da sole il 50% di tutto il patrimonio privato italiano. Il 50% più povero deve accontentarsi del 10%, un indice veramente scandaloso dell’uguaglianza in Italia.