giovedì 18 giugno 2015

Brexit e Grexit (rivelazioni)



Brexit e Grexit: due neologismi che descrivono l’incertezza che sta turbando il “Vecchio Continente”. Se i rumors sull'uscita dall'unione del Regno Unito e Grecia dovessero essere confermati, muterebbero inesorabilmente gli equilibri tra i Paesi membri.

La questione inglese è tornata alla ribalta dopo le ultime elezioni, che hanno confermato il premier conservatore Cameron, grazie anche ad una campagna incentrata sulla revisione del ruolo britannico in Europa; entro il 2017 un referendum popolare deciderà sulla permanenza nell'UE.

Intense le trattative tra Londra e Bruxelles, il Regno Unito chiede maggior coinvolgimento nella politica estera europea, ma il nodo origine del malcontento nella classe media inglese è la libertà di circolazione di cittadini europei. In molti scelgono come nuova Patria il Regno Unito, usufruendo dei sussidi sociali pagati dai sudditi britannici. In sostanza Cameron rivendica per il suo Paese autonomia decisionale e gestionale.

Berlino e Parigi non sembrano disposti a scendere a patti, (l’Italia?) per evitare un susseguirsi di pretese che, se respinte, potrebbero creare gravi incidenti diplomatici.
Per la Grecia la questione assume toni diversi: non si tratta di prestigio, ma di sopravvivenza.
L’uscita greca dall'eurozona è ora auspicata dal fronte interno al partito del premier Tsipras che non vuole cedere alle dure linee di pagamento imposte dall'UE per saldare i debiti contratti con gli altri Paesi e con il Fondo Monetario internazionale (FMI).
Se si rispetteranno le scadenze c’è il rischio di oltrepassare la “linea rossa” oltre la quale non saranno garantiti stipendi e ammortizzatori sociali.


Ancora austerità e sacrifici, per una popolazione già stremata.
Se la Grecia fosse abbandonata a se stessa, il quesito è: chi è il prossimo?
Intanto la trance di pagamento prevista per il 15 luglio sembra a rischio.

La gabbia
Per uno Stato membro è possibile uscire dall'Unione Europea, mentre è più problematica l’uscita dall'Euro. Con l’art. 50 del Trattato di Lisbona si delinea il percorso di uscita di uno Stato membro dall'UE, con l’utilizzo della cosiddetta “procedura di recesso” in tre tappe:
  1. comunicazione al Consiglio europeo
  2. negoziazione tra l’Unione e lo Stato membro
  3. delibera adottata a maggioranza qualificata dal Consiglio approvata dal Parlamento europeo
Per quanto riguarda la possibilità di uscita dall’Euro viene articolata nel seguente modo: per l’art. 140 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) ilo Consiglio europeo “deliberando all'unanimità” degli Stati membri la cui moneta è l’Euro e dello Stato membro in questione, su proposta della Commissione e previa consultazione della Banca centrale europea (BCE), fissa irrevocabilmente il tasso al quale l’Euro subentra alla moneta dello Stato membro in esame e prende le altre misure necessarie per l’Introduzione dell’Euro come moneta unica nello Stato membro interessato, ma se fosse esclusivamente il tasso di cambio dell’Euro un Paese potrebbe andarsene, ma non essere espulso. Per uscire dall’ Euro, tuttavia, si deve uscire prima dall'Unione Economica e Monetaria (UEM) e, dunque, dalla zona Euro. Per recedere dall’UEM è necessario recedere dall'Unione, come abbiamo visto per l’art. 50 TUE.


Rivelazioni parte 1





Rivelazioni 2 parte






Per approfondire 2 video di Claudio Messora, che ringraziamo.

Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl"




Come ci hanno deindustrializzato



giovedì 30 aprile 2015

La buona economia

Occorre convincersi che esiste un alternativa all'economia che oggi viene propagandata trasformando i tre assunti del marketing “Product, Price, Promotion” (Produzione, prezzo, promozione) in “Planet, People, Profit” (Pianeta, Popolo, Profitto). 
L’articolazione dell’economia è piuttosto interconnessa su vari piani. Sicuramente la cognizione che si ha in qualche maniera frequentato su quelle fonti, su quelle rare fonti alternative che ci lascia il sistema mediatico è un altro aspetto di un economia che non sarebbe possibile in questa forma se non esistesse il controllo mediatico che è presente attualmente.

Prendiamo ad esempio la continua richiesta dei mercati e dello stesso Draghi, governatore della BCE, di una continua crescita per essere produttivi e competitivi. Dunque immaginiamo un economia dove in un ristorante il cuoco prepara ininterrottamente delle pietanze una dietro l’altra, l’unico elemento indispensabile per il ristorante è l’assenza dei clienti che consumano quelle pietanza. Secondo Draghi quel ristorante è cresciuto aumentando la sua produttività compreso il suo guadagno solo per essere stato competitivo alla preparazione dei piatti e non per il suo consumo. Se non c’è la domanda quelle ottime pietanze che il cuoco con tanta cura ha preparato verranno date in pasto ai cani randagi che si trovano a passare nelle vicinanze di quel ristorante. In sintesi se non esiste una domanda non può esserci un offerta e se non esiste il lavoro l’offerta rimane congelata, producendo a cascata un economia sempre più austera. 

Il mercato del lavoro oggi è strutturato sullo sfruttamento non essendoci un gioco equo. Le persone devono lavorare per mangiare, ma le imprese assumono solo se vogliono o pensano di fare profitto, non è un confronto paritario questo. Se non c’è una forma di sostegno al lavoro, i salari reali saranno costretti ad andare verso il basso, fino ad arrivare ad un livello di sussistenza. Mentre la quota che va ad un surplus di altri settori invece aumenta. Per esempio negli Stati Uniti sotto la presidenza di Reagan, gli essenziali sono stati smantellati ed il loro ruolo è stato di molto ridotto con il successivo smantellamento delle associazioni dei lavoratori da parte della competizione globale. Il lavoro ha perso, quindi, il sostegno con il salario, negli ultimi quarant'anni, praticamente stagnanti, anche se la produttività è aumentata. Ed i guadagni di produttività sono confluiti soltanto nella classe imprenditoriale, con il settore dei lavoratori completamente ignorato. Ogni economista attuale sa che il mercato del lavoro non è un gioco equo. Tutto ciò che si può osservare non è una conseguenza del libero mercato e della buona economia. 

Innanzi tutto la buona economia è un principio che è stato perso da molto tempo. In una buona economia le imprese competono per il lavoro, ma è anche vero che esiste una carenza di persone che lavorano per le imprese, e tutti vorrebbero assumerti facendo una formazione per il personale assunto, assunzioni degli studenti prima che terminano il corso degli studi. Se sarebbe necessario cambiare lavoro perché ci sarebbero sempre imprese disposte a nuove assunzioni, questa è la maniera in cui la buona economia dovrebbe funzionare, adesso è tutto il contrario. La ragione è molto semplice, il deficit di bilancio di uno Stato è troppo piccolo. 

Non appena si è cominciato a tagliare, a ridurre il deficit da molto tempo a questa parte, si è tramutata una buona economia, studiata per le persone perché le persone erano la variabile più importante, ad una economia che è un crimine contro l’umanità

Cominciamo con l’emissione della moneta. La moneta è un credito fiscale, un credito per le tasse. Un tempo si poteva andare presso il governo di uno Stato e chiedere oro in cambio del valore nominale della moneta, ora non è più possibile. Dunque come si diceva, con la moneta in corso, si possono pagare le tasse, che il governo accetta per il pagamento delle tasse. Se prendiamo un pezzo di carta per pagare una somma di denaro in tasse e il governo le accetta, il pezzo di carta acquisisce il valore della somma di denaro che gli si attribuisce. Nella stessa misura il governo garantisce dei crediti per le corporazioni finanziarie tramite un pezzo di carta. Un secondo punto da sottolineare e che molto spesso dimentichiamo, è che la moneta ha un ruolo pubblico, con la moneta per pagare le tasse messe in circolazione esclusivamente dal governo. Conseguentemente prendiamo la moneta dalle banche per pagare le tasse, molto velocemente ci si indebita verso gli istituti di credito che a sua volta creano la moneta ed il governo, tramite la banca centrale, sottrae dai conti delle banche e quindi delle riserve, lo stesso ammontare di tasse che si devono pagare, moneta che viene dal governo. 

Questo significa che all'inizio dei tempi il governo prima deve spendere e poi ottenere la sua moneta per il pagamento delle tasse. L’UE ha posto dei vincoli rispetto a questo processo rendendo il sistema non naturale, più complicato. Tutti i parlamentari statunitensi sono convinti che prima si devono pagare le tasse per poi spendere e tutto quello che non si riesce ad ottenere attraverso le tasse, bisogna chiedere ad altri Paesi o investitori esteri, questo è praticamente impossibile e tutti quelli che lavorano per le banche centrali lo sanno. 

Se guardiamo ai conti della banca centrale e se ci si pensa un po, il governo prima spende e successivamente riceve il pagamento delle tasse: banalmente, perché i cittadini hanno bisogno della moneta del governo per pagare le tasse. Cosa significa che la moneta è un monopolio pubblico dire che è un monopolio? Il monopolio della moneta significa che il mercato non crea i prezzi, non è una situazione competitiva. E’ una condizione molto semplice da spiegare a chiunque i 5 minuti, invece la competizione, la finanziarizzazione, al contrario è molto complicato, un rebus dove i cittadini non hanno la facoltà di comprendere, tanto sono le variabili in gioco. 

Il monopolio è semplice, una persona ce l’ha e gli altri no, il monopolio è la parte facile della storia economica. Quindi che cos'è il deficit? Tutti siamo convinti che è una forma di indebitamento, e per la nazioni europee in realtà è così, ma non è detto che sia così, non è iniziato così il processo della storia economica. Se la banca centrale non garantisce il debito pubblico degli Stati, sarebbe accaduto il disastro in cui ci troviamo oggi. Il deficit è quando il governo spende una certa quantità di moneta con l’esito che due cose possono succedere a quella moneta:
a) quella forma di credito per le tasse che viene poi usata per pagare le tasse
b) quella forma che non viene utilizzata per pagare le tasse.
Significa che qualcuno ancora ha quella moneta, o che qualcuno potrebbe spenderla e così via. Questo vuol dire che la moneta viene utilizzata per pagare le tasse o resta nell'economia sotto forma di risparmio. Come insegnano nelle scuole di contabilità nazionale, il deficit governativo corrisponde ai risparmi privati dell’economia, cioè quello che il governo spende e che non viene utilizzato per pagare le tasse, allora il governo può emettere titoli e obbligazioni ed indebitarsi con quella moneta. Cosa succede quando il governo vende quelle obbligazioni? La moneta che è presente presso la banca centrale si sposta in un altro conto presso la banca centrale e questa forma di risparmio viene chiamata BTP, CCT e così via, ma è la stessa moneta, e quando arriva la scadenza di quel BTP arriva la moneta per pagare le tasse. Quindi il deficit è quella parte della moneta che viene spesa da parte del governo ma non viene utilizzata per pagare le tasse e quindi resta sotto forma di risparmio, oppure può essere spesa in altri modi. 

Quando si dice di pagare il debito significa soltanto spostare la moneta da un conto presso la banca centrale ad un altro. Questo non è la stessa cosa quando un cittadino deve pagare un debito, per la semplice ragione che non è la sua banca, ma se l’UE avessero quella banca il pagamento del debito sarebbe soltanto un operazione di debito e credito. Ancora una volta notiamo che sono stati posti dei vincoli, ma non è una caratteristica naturale del sistema economico. Il debito pubblico totale non è altro che tutta quella parte di moneta nella quale nel corso del tempo è stata emessa dal governo e non utilizzata per pagare le tasse. Tecnicamente si chiamano riserve di contanti, di depositi sotto forma di conti correnti presso la banca centrale. Non esiste quello che si può definire ripagare tutto il debito per uno Stato, semplicemente la moneta sta lì in attesa che qualcuno la utilizzi per pagare le tasse. Il Giappone ha il debito più alto del mondo, più del 200% del PIL, ed il debito si trova lì presso i conti correnti in attesa che qualcuno ci paghi le tasse. Tutto questo corrisponde ai risparmi di una persona.

Il problema in questa economia è la disoccupazione. Quante persone ci sarebbero disoccupate se la disoccupazione fosse solo al 3%? Ovviamente nessuna. L’UE con questo parametro sarebbe in grandissimo successo, tutto il mondo vorrebbe entrarci, ma una disoccupazione al 12,2% non è per niente buono.

Dobbiamo conoscere che cos'è la disoccupazione e conoscerne le ragioni, ed una delle ragioni il deficit troppo basso. La moneta di fatto è uno strumento per fornire dei mezzi allo Stato. Il governo vuole che delle persone operano nel settore della sanità, vuole che lavorano per tutti i scopi pubblici che il governo si occupa. Quindi come si fa ad avere delle persone che lavorano per il governo. Potremmo avere delle associazioni di volontariato, molti ci hanno provato, ma non funziona. In Inghilterra si usava andare nei bar, di notte, per cercare di reclutare dei marine dandogli una botta in testa con una bottiglia, chi rimaneva sveglio entrava nella marina inglese. Oppure conquistare una nazione e prendere le persone come schiavi, un altra maniera di reclutamento, ma oggi facciamo finta di essere più civili. Tassiamo le persone in un mezzo che le persone non hanno e che può venire solo dal governo, quindi improvisamente in quella nazione hanno bisogno di quella moneta, nessuno aveva bisogno dell’euro fino al giorno prima che veniva introdotto. Non appena l’euro è stato messo in circolazione è diventato necessario per pagare le tasse, adesso tutti hanno bisogno dell’euro. Quando le persone hanno bisogno di denaro e cercano lavoro per guadagnarselo come lo chiamiamo? Disoccupazione. Disoccupazione non significa volontari presso un ospedale, le persone non cecano volontariato, cercano denaro. Se nessuno avesse bisogno del denaro non ci sarebbe disoccupazione. Quindi è la tassazione del governo è quello che causa il lavoro e quindi la disoccupazione. Il governo a questo punto può spendere i suoi pezzi di carta che altrimenti non avrebbero valore, ed assumere le persone che andranno a lavorare nel pubblico impiego che le tasse ha reso disoccupate. Se la tassazione non fosse seguita da una spesa che farebbe assumere tutte le persone disoccupate, qual’è il senso di questa manovra? Vuol dire che le tasse sono troppe elevate. Se il governo volesse assumere così poche persone, non dovrebbero portare le tasse ad un livello così elevato. Il governo dovrebbe fare due cose, o ridurre le tasse oppure assumere più persone. Come precedentemente accennato, ci sono due ragioni per cui le persone lavorano per la moneta pensando all’economia nel suo insieme non soltanto all’individuo. Perché adesso l’economia è preoccupata per la moneta, per la stessa ragione che quando il governo spende la sua moneta può essere usata per pagare le tasse o qualcuno la risparmia. Se nessuno risparmia quando le tasse devono essere pagate, il governo non può essere capace di spendere questa moneta. Quindi se il governo non spende abbastanza per soddisfare i desideri di risparmio del settore privato, significa che l’economia non ha abbastanza moneta per fare ciò che vuole fare. 

Ci sono per questo ancora persone che stanno cercando lavoro e non possono trovarlo, chiamandoli disoccupati. Come risolviamo questo problema? O assumiamo le persone che sono disoccupate oppure riduciamo le tasse. E’ semplicissimo, e ciò significa che entrambe le soluzioni aumenta il deficit. Quello che si asserisce è che la disoccupazione è sempre la prova che il deficit è troppo basso. Ovviamente ci sono anche altri problemi, ma il problema della disoccupazione deriva dal fatto che il deficit è troppo basso. 

Deficit troppo basso che introduce un altro punto. E’ il governo che ha imposto quella tassa e quindi creato quella disoccupazione, e’ il governo che non ha speso abbastanza moneta per assumere tutte le persone che stanno cercando un lavoro, questo è un risultato di una decisione deliberata della politica, non è una condizione naturale del sistema. Nelle società che non hanno la moneta che non hanno le tasse che non hanno il governo non esiste la disoccupazione, con un veloce esempio. Il Regno Unito ha invaso l’Africa, nel 1800, per espandere i suoi profitti, e non c’era un sistema monetario nel continente africano, come non esisteva nessuna disoccupazione. Tutti praticamente stavano aiutando il resto della società, con molta attività sociale. Gli uomini si preoccupavano di reperire cibo, cacciare, costruire capanne ecc, le donne si occupavano della casa e così via. In sostanza si aveva più cose da fare di quanto ci fossero persone e tempo per farle. Come sono riusciti gli inglesi a farli lavorare nelle piantagioni di caffè? Sono arrivati con questa idea geniale dicendo a tutti che ci sarebbe stata una tassa sulle abitazioni di ciascuno, tutti avrebbero dovuto pagare una tassa, ad esempio 10 pounds, o le loro case sarebbero state incendiate dagli inglesi. Tutti si sono chiesti, come facciamo ad avere questa moneta per pagare questa tassa. Beh! Se venite nelle nostre piantagioni di caffè vi pagheremo ad 1 pounds l’ora. In questo modo tutti sono andati a lavorare per evitare che le loro case fossero bruciate. 

Il sistema monetario e di tassazione quindi ha creato la disoccupazione, sono stati i britannici a dare quella moneta agli africani per avere sufficiente moneta per pagare le tasse. 

In questo caso gli inglesi hanno dovuto spendere quella moneta e poi avere indietro la tassa, e se nel caso gli inglesi avessero speso più di quanto avrebbero tassato gli africani avrebbero potuto risparmaiare. Ovviamente cosa avrebbero potuto fare, lavorare o aspettare che la loro casa venisse bruciata? Ovviamente sono andati a lavorare e magari anche risparmiare qualcosa. Se troppe persone chiedevano lavoro avrebbero ridotto la tassa, non rimandavano le persone a casa e poi gliela bruciavano, come invece stiamo facendo oggi nell’Unione Europea. 

Se io domani mattina cercassi di guidare l’Italia, state certi che non lo farò, manderei un ultimatum all’UE dicendogli “Allentate questo vincolo del deficit dal 3% ad almeno l’8% del PIL.” 

In questo modo l’Italia o può aumentare la sfera del settore pubblico, oppure ridurre le tasse, questo sarebbe interessante, ma non si può fare con l’euro, e vedremmo quanto la disoccupazione scenderebbe, per lo meno del 6%. Questo porterebbe le persone a capire come funziona l’economia creando ulteriori miglioramenti. Se l’UE dice “No”, cosa continuiamo a fare? Costringiamo le persone a tornare a casa bruciandogli anche la loro casa? In questo caso non ci sarebbe altra strada che uscire dall’eurozona e tornare ad una moneta sovrana. Comunque rimane un problema, se rimaniamo con la stessa leadership che abbiamo oggi cercando di pareggiare il nostro bilancio con la Lira non ci saranno abbastanza Lire per pagare le tasse e risparmiare e quindi il nuovo governo continuerebbe a bruciare case proprio come oggi, come si dice dalla padella alla brace 

Quindi è indispensabile avere dei leader come funziona la moneta e di avere come obiettivo la piena occupazione con la giusta dimensione del deficit che corrisponde alla piena occupazione evitando problemi di inflazione. Operativamente come si passa dall’Euro alla Lira? Seguiamo l’economista americano Warren Mosler. “Iniziamo cominciando a pagare le tasse con la Lira invece che in Euro. Questo significa che tutto lo Stato ha bisogno di Lire per pagare le tasse con la naturale conseguenza di richiesta di Lire. Come detto precedentemente tutti sarebbero disoccupati e tutti avrebbero bisogno della Lira. Il passaggio successivo è quello di pagare gli enti pubblici in Lire, lasciando i salari invariati pagando uno stipendio di 30.000 € all'anno per il governo, diventerebbe 30.000 £ all'anno, con un rapporto di fatto 1 a 1. Progressivamente incentivando in qualche modo le imprese a pagare i loro stipendi in £, perché se ci ricordiamo le imprese private non erano obbligate a pagare i loro stipendi in € al momento del passaggio da £ in €. Avendo rinominato tutte le tasse in €, comprese le loro e quelle dei loro dipendenti, sono stati costretti a pagare i stipendi in €. Tutta la monetizzazione del Paese in £ avverrà in maniera istantanea, con l’unico momento fissando il tasso di cambio 1 a 1 all'inizio del processo. I depositi bancari dovrebbero restare in €, se abbiamo dei soldi in banca nessuno li prenderà e li convertirà in £. Non siamo costretti a convertire i nostri depositi in £, se proprio vogliamo possiamo andare presso una banca, o un altro operatore di mercato, a farci cambiare la moneta ai prezzi di mercato sia di prestiti che di depositi. Tutti i depositi bancari in £ dovrebbero essere garantiti dal governo, ma non i depositi in €, questo perché il governo non crea gli € ma in £. 

Tutto ciò crea delle condizioni iniziali per far emergere una £ forte, con tutti che hanno bisogno della £ e non sarà facile ottenerla, la si può ottenere dei pagamenti dal governo, ma non tutti possono farlo, possiamo convertire i nostri conti in banca in £ rendendo forte la £ perché stiamo vendendo l’€ per comprare la £, consentendo al governo di fare la cosa opposta vendendo le £ alle persone che invece vogliono vendere gli € senza che il mercato causi una svalutazione della £. 

Per il prestito bancario, tenendo presente che le banche sono degli esseri molto pericolosi, abbiamo visto tutti cosa le banche possono fare se non vengono controllate, quanto siano difficili da regolare.

Molti di noi hanno visto quello che banche pubbliche possono fare senza un adeguato controllo, entrambe sono molto problematiche, ecco perché le banche debbono essere tenute un po alle strette, se abbiamo un cane pericoloso dobbiamo tenere il guinzaglio molto corto e non di un guinzaglio lungo. A questo punto come ci assicuriamo che le banche perseguono delle finalità pubbliche? Non c’è dubbio che tutte le banche siano delle istituzioni pubbliche, in un certo senso, tutti i depositi vengono garantiti dal governo regolando il sistema e che cosa fanno con quel denaro. Ad esempio loro possono effettuare delle operazioni creditizie, sappiamo che esse portano il rischio del deprezzamento dell’andamento di mercato, ma anche ai militari è concesso puntare i loro fucili, sono comunque dei soldati del governo, quindi le banche dovrebbero prestare soltanto in £, con gli scambi internazionali con valute estere diventano molto problematici quando li fa un istituzione pubblica. I prestiti bancari dovrebbero essere limitati alle finalità pubbliche e questo significa che non si può prestare indebitandosi contro dei collaterali delle attività finanziaria. Se qualcuno nel settore privato vuole farlo, può farlo, ma non le banche che invece devono garantire i depositi. La filosofia dietro il prestito bancario deve essere quella dell’analisi creditizia, dell’analisi del creditore e non quella della capitalizzazione di mercato. Il punto cruciale è che la regolazione dovrebbe dire alle banche cosa possono fare e non limitarsi a cosa non possono fare. 

Quando si chiede alle banche di non fare alcune cose, le banche trovano sempre un modo per farle. Da qualche parte del mondo si troverà sempre una branca del settore bancario che è stato proibito nel suo paese. Invece gli si dovrebbe dire “Potete fare questo e nient’altro”, questa è l’unica maniera dove si può controllare la loro attività. Occorre che i politici dovrebbero amministrare il loro Paese solo quando sono ben formati e documentati prima di dire alle banche che cosa possono o non possono fare”.

domenica 19 aprile 2015

Momento storico 2 aprile 2015


Abbiamo assistito ad un momento storico e non ci siamo accorti di nulla. Forse perché è destinato a fallire?

Risultati immagini per accordo nucleareLa rabbia di Israele, la festa a Theran. Accolto da eroe in Iran il ministro degli esteri Javad Zarifche insieme al segretario di Stato americano Jhon Kerry, è stato l’arteficie principale dell’intesa di Losanna. Una svolta ricorda il presidente iraniano Hassan Rouhani alla nazione, che potrebbe riportare l’Iran a pieno titolo sulla scena internazionale dopo anni d’isolamento. 

L’accordo prevede l’impegno di Theran a depotenziare gli impianti atomici, in pratica la rinuncia a produrre combustibile nucleare per uso militare, su questo la capitale dell’Iran accetta severe verifiche per i prossimi 10 anni, ma in cambio ottiene il riconoscimento all’uso del nucleare civile e l’eliminazione delle sanzioni che fino ad oggi hanno soffocato la sua economia. 

Ora l’Iran non avrà la bomba atomica i primi commenti a caldo degli statisti, il mondo è più sicuro. 

Un accordo storico, i due Paesi non dialogavano così da anni, anche se rimane un intesa preliminare in quanto il 30 giugno prossimo ci sarà la firma del trattato definitivo. In sostanza l’accordo prevede da una parte la rinuncia al nucleare, dall'altra di togliere le sanzioni per risollevare l’Iran economicamente vendendo il suo petrolio. Questo che cosa cambia per noi cittadini europei e per l’Italia? L’accordo USA sul nucleare è:

a) una scelta pericolosa per la pace e per il futuro di Israele?

b) una svolta che favorisce le forze moderate iraniane ed evita i rischi del nucleare a scopi bellici?

c) un opzione che favorirà una discesa del prezzo del petrolio con vantaggi economici?

Vedremo, certamente gli embarghi non hanno mai risolto i problemi, chi ci rimette sono sempre i cittadini più poveri e da Hiroshima a Nagasaki il mondo forse non ha imparato nulla. C’è da capire fra l’altro le reazioni di Israele, quando in gioco c’è la sopravvivenza, ma c’è da capire anche la manifestazione di gioia della gente Iraniana che sicuramente manifesta una voglia di PACE. 

Risultati immagini per accordo nucleare
Un ultimo sguardo fra i rappresentanti dell’accordo di Losanna prima di annunciare decenni di gelo che una volta definito a giugno potrà allontanare in parte l’incubo del nucleare iraniano e dall’altra quello delle sanzioni. C’è stanchezza ma anche soddisfazione per chi non ha mollato nemmeno nei momenti in cui tutto sembrava perduto. Il negoziato è stato duro dice Jhon Kerry, qualche volta perfino violento, 5 anni di scontri non sono facili da dimenticare e certamente c’è ancora da risolvere molti problemi, ma il passo più importante è stato raggiunto. Nella notte di Theran nellla televisione tutti seguono il discorso di Obama. Un intesa storica dichiara il presidente, che bloccherà l’atomica iraniana permettendo agli ispettori internazionali di verificare se l’Iran rispetterà gli accordi riducendo l’arricchimento dell’uranio di ⅔ congelando il suo sviluppo atomico per 10 anni, a quel punto le sanzioni verranno tolte. E’ il segnale che il popolo iraniano aspettava con la speranza di voltar pagina, aprirsi, cambiare, giovani che occupano le strade della capitale iraniana con canti e balli.

Hassan Rouhani lo sa benissimo che c’è voglia di cambiare, infatti dopo l’insediamento della presidenza ha telefonato subito alla presidente americano Barack Obama ed ora deve vedersela con i falchi del regime, esattamente come Obama dovrà affrontare il congresso repubblicano e Netanyahu che è contrario all’accordo con il pericolo di rimetterlo in discussione. Perchè Israele parla di sbaglio storico, mette in guardia sull’affidabilità di Theran, esattamente come dicono gli alleati arabi che potrebbero, come accade nello Yemen, preferire Al qaeda al nemico iraniano. 

Dunque che prospettiva ha questo accordo in funzione della pace e della sicurezza? Speriamo che l’accordo dia subito i frutti promessi, perchè in ogni negoziato ci sono interessi convergenti, Rouhani vuole uscire dall’isolamento politico e soprattutto da quello economico che ha pesantemente impoverito l’Iran, quindi mettendo da parte qualsiasi progresso bellico nucleare per negoziare un ritorno alla crescita del paese. Obama sta definendo la sua eredità storica, un eredità molto appannata dagli insuccessi in altri ambiti, chiudere con un accordo con il grande nemico del passato, mentre si fa anche un accordo con Cuba, sarebbe un passo importante. Ovviamente c’è chi vuol guastare la festa a queste due persone all’interno dei rispettivi paesi, l’ala dura all’interno dell’Iran, i repubblicani, ma non solo, negli Stati Uniti, forti anche dalle spinte di Israele e delle lobby dell’Aarabia Saudita, impongono la cautela. 

Anche i paesi europei che partecipano attivamente a questo accordo che cosa si devono aspettare, l’Europa andrà insieme unita o ciascun paese andrà per suo conto? L’Iran è stato uno dei pochissimi casi in cui quando si è trattato di imporre le sanzioni all’Iran alcuni anni fa, gli Stati europei sono stati convergenti su una linea comune, compreso l’Italia che aveva più di altri paesi molto da perdere da queste sanzioni. L’Europa ha molto da guadagnare con questo accordo se si ristablisce un minimo di stabilità, un minimo di serenità nella regione impedendo un escalation nucleare dell’Iran con l’Egitto ed Arabia Saudita che vorrebbero fare altrentanto, favorendo interessi fortissimi con la vicinanza naturale all’Iran. 

Tuttavia con tanti se, con tanti ma è logico fidarsi di questo accordo? Ci dobbiamo fidare?

L’accordo ha molti nemici e non si sa se riusciranno a farlo entro il 30 di giugno, anche se bisogna dire che sia Obama sia Rouhani si sono molto esposti ed entrambi hanno molto da perdere da un fallimento. Comunque rimane una speranza fondata, per la prima volta dopo la rivoluzione del ‘79, gli iraniani possono avere la speranza di uscire dall’isolamento e dove in questo momento la possibilità di fidarci è dovuta dal fatto che è vero che l’Iran dopo questo accordo con la revoca delle sanzioni avrà uno sviluppo economico considerevole, con un primato nella regione destinato ad aumentare. Si tenga conto che l'Iran 80 milioni di abitanti, l’Arabia Saudita ne ha ¼, e sono altamente scolarizzati, sono, al che se ne dica, moderati ed anche i più laici della regione. Senza dubbio acquisterà questo primato è inevitabile, e che cosa farà di questo primato, nel senso che lo potrà usare come un pericolo per rafforzare i gruppi Sciiti su i quali ha influenza o lo potrà usare, come un svolta, su questi gruppi Sciiti un ruolo di moderazione, come sta facendo in Iraq ed Afghanistan.

Obana definisce l’accordo come un inizio che il mondo sarà più sicuro, certamente è un passo nella direzione giusta, è chiaro però che il disarmo nucleare è stato perso come sfida. Certamente se tutti i Paesi si attenessero al trattato di non proliferazione del nucleare, sarebbe un mondo più sicuro, mentre oggi dal Pakistan, dall’India, Corea del Nord a Isarele sono tutti Paesi con bombe atomiche al di fuori di qualunque ispezione, di qualunque monitoraggio, di qualunque possibilità di saperne di più. Possiamo senza dubbio affermare che Obama ha voluto questa intesa anche per sperare una collaborazione contro il terrorismo, come tutti i paesi dovrebbero dare una mano, ma in realtà non è così, perché poi si trovano nazioni dell’alleanza antiterrorismo che finanziano, sostengono e nutrono gruppi come ISIS ed Al qaeda.

Veniamo ai rapporti tra il nostro Paese e l’Iran. Le imprese italiane in realtà sono state particolarmente rispettose dei vincoli dell’embargo, come hanno riferito i diplomatci italiani. Le imprese italiane sono state particolarmente timorose a trasgredire le sanzioni economiche, cosa che non hanno più esportato nemmeno le scarpe che sicuramente non servono per fare la bomba atomica. A questo punto quanto tempo passerà affinché i rapporti economici tra l’Italia e Iran riprendono un discorso di interscambio? Certamente non sarà realizzato con un semplice clik, ma è lecito pensare che l’Iran sia un Paese con un altissimo grado di istruzione, come detto, per il suo trascorso storico, giovani e soprattutto donne, differenza con il resto dei Paesi arabi, hanno un istruzione superiore alla norma, infatti le donne sono il 65% degli studenti universitari, un dato che evidenzia il grado di progresso del Paese, un progresso che deve essere finalizzato anche per i diritti umani.


martedì 24 febbraio 2015

Europa dei popoli




Si parla ormai di fallimento della Comunità. C’é chi raccomanda di tornare indietro all’Europa delle patrie.
Ma non é pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità europea possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo stato sulla sua peculiare identità.
Una frammentazione dell’Europa in Stati nazionali costituisce, contrariamente a quanto avvenne nel secolo scorso, un freno allo sviluppo, alla crescita della civiltà in Europa e anche alla crescita della civiltà su tutto il pianeta.
L’Europa dei popoli e dei lavoratori é l’unica Europa possibile.

(Enrico Berlinguer, Intervista a Critica Marxista, 1984)

Ognuno di noi vorrebbe un'Europa che, attraverso una nuova carta costituzionale, garantisca pace nella fraternità e sviluppo economico nella solidarietà tra i popoli. Un'Europa unita, sempre più integrata e capace di rappresentare, verso terzi, una realtà con precise caratteristiche socio-culturali, cercando, spesso, di difendere gelosamente le identità etniche, religiose, economiche e culturali del proprio Paese.

Forse la soluzione migliore sarà quella di guardare ad una grande e unica nazione, all'interno della quale salvaguardare le caratteristiche regionali. In questo caso si affievoliranno i confini nazionali e i concetti di patria, ma l'Europa dei popoli continuerebbe a vivere tra mito e realtà, facendo i conti con il superamento degli egoismi nazionali per dotarsi di politiche comunitarie unitarie e coordinate, a cominciare dalla politica estera internazionale. 

Sono passati oltre 50 anni da quando i padri fondatori dell'Unione Europea (Adenauer, De Gasperi e Schuman) iniziarono il mitico cammino unitario dell'Europa dei popoli. Dall'originario e fortunato Mercato comune tra sei stati nel 1957, fino alla Unione Europea di oggi, Paesi appartenenti sia all'ovest che all'est del nostro continente.
Si ricorda che l'Unione europea ha una lunga storia di antiche e moderni nazionalismi, secoli ricorrenti di conflitti e differenti esperienze e sistemi politici, giuridici e sociali.

Oggi un Europa non giuridica, ma unita solo da interesse economico vivono circa 500 milioni di cittadini europei, con venti lingue diverse, sono destinati a convivere sotto le stesse leggi determinate da un Consiglio europeo che riunisce i capi di Stato e di governo, chiamato ad affrontare e risolvere le disparità e ad armonizzare le politiche comunitarie sul piano economico, monetario, occupazionale, sociale e internazionale.

Il rapporto di noi italiani con l'Europa, che abbiamo ora sotto i nostri occhi, assomiglia a volte a quello di un innamorato che, a fronte di tanti sogni, si sente deluso o trattato con freddezza dalla sua bella. Resta il fatto che gli eurocrati di Bruxelles, con le loro normative, non solo mirano a rafforzare la moneta unica, ma corrono il rischio, dal punto di vista economico, di perdere di vista la vera sfida politica visualizzando un orizzonte di vasto respiro per essere protagonisti credibili sullo scenario mondiale. 
Ci interroghiamo pertanto su come procedere in questa direzione e quale messaggio di speranza trasmettere ai cittadini italiani-europei. L'Unione Europea sollecita tutti i Paesi aderenti a grandi e comuni responsabilità; è una comunità di destini tra i popoli, che condividono valori istituzionali, regole, interessi economici e di sicurezza. Dobbiamo essere convinti che non è tanto un'alleanza di Stati, quanto una nuova unità di popoli, che dovrebbe essere fondata sulla Carta Costituzionale Europea. 
Stare dentro l'UE significa unità di popoli, uniti non soltanto da interessi di mercato (politica agricola, fondi per lo sviluppo regionale e altre norme del mercato unico), ma dalla loro adesione ai valori comuni e che intendono dare un'immagine nuova, suscitando l'orgoglio di appartenere all'Unione Europea, superando gli egoismi nazionali. 

I popoli europei vogliono, infatti, una risposta alle loro preoccupazioni: giustizia sociale, occupazione, sicurezza, politica migratoria umana ma controllata, invecchiamento; vogliono un'Europa che abbia un peso di fronte ai giganti come Stati Uniti, Russia, Cina e India. Non si tratta di avere rapporti conflittuali con quei paesi, ma d'essere alla pari e difendere i nostri interessi; vogliono un'Europa che proponga un'altra mondializzazione dove il libero scambio e la competitività di mercato siano al servizio dell'uomo e non l'inverso; che proibisca il dumping sociale e il lavoro dei bambini; che protegga l'ambiente e che consenta lo sviluppo dei Paesi poveri. L'Europa contemporanea propone un avvenire diverso.

Oggi assistiamo ad un Europa senza regole, governata dagli Stati più forti, debole e ingovernabile sotto il profilo politico, trasformandosi in un baraccone imponente, economico e commerciale, privo di rappresentatività e autorità politica, essendo simile ad un vaso di coccio fra il gigantismo americano e il gigantismo cinese. Si dovrà allora ricorrere ad una fase nuova per consolidare un nucleo omogeneo di Stati, uniti da esperienze politiche e tradizioni comuni e, quindi, capaci di soluzioni condivise.

mercoledì 4 febbraio 2015

Globalizzazione e TTIP (pillole)



Continuiamo a parlare del famigerato accordo che l'Europa vorrebbe stringere con gli USA per mercificare ogni aspetto e condizione della nostra vita, e sottometterci per legge agli interessi commerciali delle multinazionali. Il caso della Corte Ue che dice si al brevetto “Un ovulo non è un embrione" a fini industriali è solo l'inizio. Siamo ormai arrivati alla brevettabilità della vita, appunto, ci vogliono tutti merci nelle mani delle multinazionali. Oggi la Gran Bretagna ha approvato una legge per i bambini con tre genitori per prevenire malattie genetiche. Con ogni strumento, per il profitto, si cerca di modificare anche la natura umana.

L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno avviato la creazione di un accordo di libero scambio, il TTIP. Secondo questo trattato essi prevedono di stimolare l'economia uniformando gli standard di regolamentazione economica. Ma la domanda è la solita: ciò che è buono per le aziende è buono anche per i cittadini? Quasi tutti i consulenti dei negoziatori rappresentano gli interessi delle corporation. Le decisioni prese avranno un ampio impatto, motivo importante per tenere sotto la lente di ingrandimento i negoziati, ma questo è prprio quello che non sta accadendo. I negoziati stanno avvenendo senza la dovuta partecipazione dei cittadini e questo non sembra democratico. Che cosa c'è in gioco? Quali interessi ci sono dietro questo accordo?
Carne bovina agli ormoni, bestiaame clonato, pollame clorato e tutta l'ingegneria genetica che ha preso piede negli Stati Uniti, mentre l'Unione Europea vieta tutto ciò. Gli interessi delle grandi corporation sono evidenti, per esempio l'associazione dei produttori di carne suina (US National Pork Producer Council) ha dichiarato che non accetterà alcun trattato in cui l'uso degli ormoni sia vietato. Fracking, una tecnica di estrazione, negli USA è ampiamente utilizzato per aumentare la disponibilità di gas e petrolio. Una miscela di acqua e prodotti chimici è compressa ad alta pressione nel sottosuolo, con il risultato della contaminazione dell'acqua potabile e del suolo. Si promettono esportazioni di gas a buon mercato. Ma a quale prezzo? E chi è il responsabile dei danni causati? Gruppi di ambientalisti di tutto il mondo respingono con determinazione questa tecnica del fracking. Eppure il fracking sta prendendo piede sempre di più, e ora rischia di attecchire anche in Europa. La puntata di Report del 12 maggio 2014 


Nel 2010 a seguito della crisi finanziaria gli USA hanno dato alle proprie autorità amministrative la possibilità di regolare le controllate estere delle banche statunitensi.  Ciò ha infastidito le banche, ma ha trovato un alleato nell'UE che ha una regolamentazione troppo debole in questo settore. Ancora una volta sono a rischio le proposte per una maggiore regolamentazione bancaria. I risultati ottenuti su entrambi i lati dell'Atlantico sono a rischio. Un rischio per la nostra società, compreso i diritti dei lavoratori (come oggi abbiamo visto con il JOB ACT in Italia) che sono stati ottenuti con un duro impegno nella zona dell'UE. Negli USA, tuttavia, non ci sono molti diritti che proteggono i lavoratori. Nessun diritto per l'elezioni dei consigli di fabbrica, o di sindacati, per la contrattazione collettiva. Questi diritti saranno direttamente minacciati dall'apertura di concorrenza dei nuovi mercati. Dalle cosiddette controversie Stato/investitori che il TTIP autorizza, particolarmente pericolose per lo Stato ed i suoi cittadini. Se una legge influenza negativamente i diritti di una corporation, questa può citare in giudizio lo Stato, il tutto a spese dei contribuenti. Le controversie legali sono più che probabili, dato che le corporation ritengono le leggi di protezione ambientale dannose per i loro profitti, come le leggi sul salario minimo, su maggiori imposte o divieti per particolari prodotti. Il problema è che tali dispute non saranno discusse in tribunali ordinari, ma in commissione arbitrali composte di avvocati, le cui decisioni saranno vincolanti a livello internazionale.

Gli accordi internazionali di libero scambio potranno costare molto ai cittadini come il Canada ha scoperto, dopo aver aderito al NAFTA firmato insieme agli USA ed al Messico. I cittadini del Quebec hanno votato in un referendum per proteggere il loro ambiente dal fracking. Una corporation di fracking ha citato in giudizio il governo canadese per 250 milioni di $ di risarcimento. Come quelle che stanno presentando all'UE vengono diffuse grandiose promesse di prosperità e di nuovi posti di lavoro, come nel nostro Paese la Marcegaglia si sta dando da fare:


Le piccole aziende che hanno di solito standard di qualità elevati, per esempio quelle dell'agroalimentare, soffriranno la concorrenza di aziende multinazionali straniere che non hanno quelle qualità. Ad esempio il latte negli USA può essere prodotto da mucche ingravidate artificialmente, questo diminuisce tantissimo i costi e i tempi di produzione. In Italia è vietato e considerato un orrore, giustamente, e rischioso per la salute. Che latte berremo in futuro? Che fine faranno il parmigiano reggiano, e il nostro latte? Solo per fare un esempio.

Esperti stimano che il trattato del NAFTA è costato 700.000 posti di lavoro negli Stati Uniti ed ha ulteriormente impoverito il sud del Messico. Tutto questo in netto contrasto con le belle parole e le previsioni ascoltate al tempo dei negoziati del NAFTA. Promesse che ancora una volta stiamo ascoltando con il trattato del TTIP. I vincitori di un accordo di libero scambio sono soltanto le banche e le corporation, ma possiamo ancora fare qualcosa: aiutare l'associazione (clicca ATTAC).






venerdì 30 gennaio 2015

TEORIA DEL DEBITO ODIOSO




Salvatore Tamburro: Peccato mi abbiano concesso appena 4 minuti per dire la "verità", ma considerando che stavo di fronte a milioni di telespettatori italiani lobotomizzati da anni e anni di bugie e di cazzate da parte dei mass-media e politici collusi e considerando che ho pronunciato alcune "paroline magiche" che nessuno ha mai osato dire in una diretta televisiva rivolta ad un così vasto pubblico spero che tutto ciò almeno sia servito a risvegliare qualcuno. Se dopo questa breve apparizione non mi vedrete più su alcuno schermo televisivo sappiate che non è stata una mia scelta.



Debito pubblico dove in ogni angolo dei quotidiani ne sentiamo parlare, in ogni ritaglio delle varie trasmissioni giornalistiche televisive, un fardello che ci accompagna in tutta la sua salomonica drammaticità. Poco o niente sappiamo del debito detestabile, uno strumento giuridico utilizzato a livello internazionale per decidere di non pagare il debito pubblico, uno strumento che hanno utilizzato diversi Stati, in epoche nemmeno tanto lontane, in cui l’Italia ne potrebbe trarre beneficio visto che siamo arrivati alla modica cifra dei 2.100 miliardi di € di debito pubblico. 

La data in cui parte l’analisi è il 1981, in cui si verifica la cosiddetta separazione del ministero del Tesoro e la banca d’Italia. Negli anni precedenti la banca d’Italia garantiva sempre l’acquisto dei titoli di Stato, ora il finanziamento della moneta è subordinato all’emissione dei titoli di Stato ed acquistato dalle banche ed in cambio danno moneta. Il problema qual’è, sostanzialmente questi titoli di Stato hanno anche degli interessi che devono essere pagati alla scadenza dei titoli, i quali generano il debito pubblico. 
Ovviamente questo esiste perché i Stati sono stati privati del potere più importante che ha: il potere di emettere moneta, compresa l’Italia che non ha più l’emissione del suo denaro, del suo denaro scritturale che viene emesso dal sistema bancario e quindi di entità privata, e quindi S.p.A. Anche la nostra banca d’Italia che si spaccia per un ente di diritto pubblico, nei fatti è una S.p.A., basta andare a vedere gli azionisti della banca d’Italia sono tutte banche: Unicredit, Intesa San Paolo, MPS, BNL, le quali detengono la maggioranza delle quote della banca d’Italia. L’unica quota in mano pubblica è quella dell’INPS e dell’INAIL che hanno un modesto 5%.

E’ doveroso ricordare che dal 1981 si avvia tutto il processo di privatizzazioni, anche grazie a Draghi, Prodi, Ciampi e via dicendo, che hanno avviato un processo in cui molte imprese che prima erano pubbliche diventando private.

Sempre partendo dal 1981 questa montagna di debito pubblico che l’Italia si ritrova è composto da interessi, interessi che noi paghiamo sul debito pubblico. Dal 2008 al 2011 il debito pubblico è sempre aumentato, addirittura dal 2001 a 2012 si riscontra un aumento di 11 miliardi di €, una cifra enorme, infine dal 2011 il debito è passato da 1900 miliardi a circa 2.100 miliardi dei giorni nostri. Un debito che non riusciremo mai a sanare in quanto il debito è sempre in continuo aumento. Basandosi sui dati ISTAT è possibile fare un calcolo degli interessi pagati sul debito pubblico dal 1980 al 2012. Raffrontando uno Stato a moneta debito, quella emessa dalle banche, e uno Stato ha moneta Sovrana, quella emessa dallo Stato. Se ci si diverte a fare questo calcolo, che tutti possono fare, ci si accorge di una cifra gigantesca che l’Italia ha dato alle banche solo per interessi, una cifra che equivale a circa 1.800 miliardi dal 1980 ad oggi. Se invece lo Stato non avesse dato questi soldi alle banche, ma avrebbe generato una moneta sovrana ad oggi l’Italia sarebbe con un avanzo di circa 250 miliardi a credito, che ovviamente potevano essere utilizzati per produrre altri beni e servizi per i cittadini. In sostanza è un sistema truffaldino di cui i cittadini fanno la parte dell’incudine, costretti a lavorare e pagare tasse per le oligarchie private, banche e corporation. Che cos’è la domanda aggregata, ovvero la ricchezza di un Paese? 
Seguiamo questo video (Morte e risurrezione di Keynes)


Come avete potuto vedere dalla formula della domanda globale:

Dg= C+I+G+Ex

si deduce che lo Stato non è in grado di manovrare tutte e 4 le variabili, ma riesce a manovrare solo 2 ovvero i consumi ( C ) ad esempio riducendo le tasse e la spesa pubblica ( G ) emettendo moneta. Il problema qual’è che andando avanti in un contesto del genere in realtà lo Stato è privato anche di manipolare anche la variabile ( G ), in quanto ci sono le banche che comprano i titoli di Stato, e lo Stato non ha i mezzi sufficienti per costruire strade, ospedali, scuole e servizi sanitari se non attraverso l’acquisto dei titoli di Stato. Tradotto lo Stato è soggiogato dalla oligarchia bancaria, in realtà quello che si limita a fare lo Stato è semplicemente ridurre e aumentare le tasse secondo le necessità o ridurre la spesa pubblica. I cittadini vivono in Italia ed i tutta l’Unione Europea un periodo di politiche monetarie restrittive che sono basate su questi semplici concetti: aumentare le tasse, ridurre la spesa pubblica, che sono totalmente sbagliati per far crescere l’economia e quindi l’occupazione. Lo Stato, invece, dovrebbe fare tutto il contrario, dovrebbe applicare politiche espansive. Lo Stato dovrebbe spendere di più, aiutando le imprese a ricevere finanziamenti più facilmente possibile, perché a sua volta le imprese avendo finanziamenti riusciranno ad assumere nuovi dipendenti, assumendo nuovi dipendenti si avrà nuovo salario atto a generare consumi, quindi il cittadino spende il reddito che ottiene dall’imprese, risultano che l’economia gira. 

Tutto questo non è fattibile in un regime economico presente oggi, si vive in un regime economico in cui lo Stato ha le “mani legate”. Politiche di austerity che l’UE sta obbligando l’Italia a seguire, politiche per aumentare l’età pensionabile, ridurre le infrastrutture dello Stato come la ricerca, sanità, trasporti ecc, cittadini che avranno sempre meno beni e servizi con aumento delle tasse. Ricette economiche che non funzionano, analizzando i dati macroeconomici con i dati ISTAT ci si accorge che la disoccupazione cresce in modo esponenziale. Se andiamo, invece, a ricordare le ricette di Keynes che portò in Europa benefici per quasi 30 anni, finché poi non subentrarono le politiche liberiste favorendo le oligarchie bancarie. Da precisare che finché ci si è basati su un forte interventismo dello Stato l’economia ha girato sempre bene. Il concetto è molto semplice, se una nazione lascia in mano la politica monetaria a delle oligarchie private l’obiettivo principale è quella di fare profitto. E’ ovvio che una società per azioni, per fare profitto, deve minimizzare costi e massimizzare ricavi, quindi raggiungere l’obiettivo dell’utile. Lo Stato non ha questo obiettivo, lo Stato può anche spendere perché il suo obiettivo non è il ricavo è il benessere dei cittadini. Oggi lo Stato non può applicare una politica monetaria espansiva perché il potere di emettere moneta è nelle mani delle banche. Completato il quadro dell’economia ed il rapporto Stato e moneta, parliamo del debito detestabile. Capito che il debito pubblico è stato generato da un sistema truffaldino, un debito generato dalle banche non per gli interessi dei cittadini, ma per l’interesse di istituzioni private; come lo possiamo annullare? Esiste uno strumento che prende nome come debito detestabile, che permette, attraverso dei principi molto semplici, di poter annullare il debito, come alcuni Stati hanno fatto.


E’ ovvio che tale tematica la stampa non ha alcun interesse di sviluppare. La dottrina giuridica è stata promossa da Alexander Nahun Sack, giurista nel periodo della Russia zarista. Portò alla luce tre requisiti fondamentali per poter utilizzare tale principio e cioè:
  1. Il governo deve aver conseguito prestiti senza che i cittadini ne fossero consapevoli e senza il loro consenso
  2. I prestiti devono essere stati utilizzati per attività di cui la cittadinanza non ne ha tratto alcun beneficio
  3. I creditori devono essere al corrente di questa situazione e disinteressarsene 3
Nel tempo Sack perfezionò il processo in cui le parti possono applicare la pratica del debito detestabile. In sostanza afferma che il nuovo governo deve dimostrare l’esistenza del debito odioso con un tribunale o una commissione internazionale, indipendente dai poteri, che deve accertarsi che l’esigenza del precedente governo sosteneva al fine di contrarre il debito in questione erano detestabile e chiaramente in contraddizione con l’interesse del popolo. Il secondo principio era che i creditori al momento di erogare il prestito erano a conoscenza del debito. Il terzo principio nell’applicazione di questa teoria è che al momento della creazione del debito il governo ne ha usufruito per dare beneficio al popolo, non degli interessi privati. 

Basandosi su questi requisiti fondamentali ci sono degli Stati che sono riusciti ad annullare il loro debito, ad esempio gli USA nel 1898 rifiutarono il debito che aveva Cuba quando il paese era ancora sotto la potenza spagnola, quando passò sotto il dominio americano gli USA dissero che quel debito che aveva Cuba era detestabile, perchè era stato generato dagli spagnoli per interessi personali. 

Per venire ai giorni nostri con il debito iracheno nel 2003. Sapete benissimo che gli USA con la guerra in Iraq, con la scusa delle armi di distruzione di massa che non furono mai trovate, hanno invaso l’Iraq compreso il suo debito pubblico, generato dal governo di Saddam Hussein. Anche in quella occasione definirono quel debito impagabile e cioè detestabile attraverso una serie di processi internazionali basato sul debito detestabile hanno dimostrato che il dittatore aveva utilizzato quel debito per scopi personali. 

Ovviamente i mass media non ne parlano affatto di questo principio, altrimenti domani mattina si sveglia uno Stato dicendo di applicare lo stesso principio, una teria che viene tenuta molto nascosta. L’ultimo che ha applicato questo principio del debito odioso è stato lo Stato dell’Ecuador nel 2008: Rafael Correà ha annullato qualcosa come 11 miliardi di $ che il Paese doveva ad istituzioni sovranazionali come l’FMI, sostenendo che quel debito è nato da governi precedenti che non hanno utilizzato quella moneta a beneficio della collettività, ma l’hanno utilizzato a scopo personale. Quindi Correà ha ripudiato questo debito pubblico annullando il debito che l’Ecuador aveva con il FMI. 

Tutto questo per dire che tale strumento è possibile adottarlo anche per l’Italia, mostrando che abbiamo 2.000 miliardi di debito che in realtà non hanno portato benefici ai cittadini, pensiamo che siamo ancora in recessione economica, siamo in una situazione che ci sono suicidi di piccoli imprenditori per insolvenza, siamo in una situazione in cui le imprese chiudono ad un ritmo di 70 al giorno perché non riescono più ad andare avanti ed i prestiti che le banche ci stanno facendo non stanno portando alcun beneficio, contrariamente alle banche portano lauti guadagni. Banche che si arricchiscono a fronte degli interessi che dal 1980 ad oggi sono finiti nelle loro casse. Un sistema truffaldino che può essere annientato solo introducendo la Sovranità monetaria. 

Una Sovranità monetaria che ha lo scopo di creare beni e servizi, che contrariamente a quanto dicono i professoroni che un Paese con Sovranità monetaria possa cadere nell’inflazione. Oggi abbiamo in Italia un 3% di inflazione, però siamo in recessione economica, abbiamo problemi di disoccupazione, 6.2 milioni di persone tra precariato e disoccupati, una cifra spaventosa. Eppure abbiamo il 3% di inflazione, una cifra modesta, mentre è da proporre un inflazione del 30%, ma annullare la disoccupazione che è il problema più grave, tra l’altro ci sono dei dati che dimostrano che l’inflazione non viaggia di pari passo al debito o al PIL, sono comunque dei meccanismi separati. La presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner, per esempio, ha risollevato l’economia del suo paese, che prima godeva di un inflazione molto bassa, ora l’inflazione è altissima però ha risolto il problema della disoccupazione. Come ha ottenuto questo risultato? Cominciando ad investire con la spesa pubblica emettendo più moneta per generare beni e servizi con la conseguenza che imprese e cittadini ne sono stati avvantaggiati. Il meccanismo fondamentale è che senza Sovranità monetaria non si riesce ad andare avanti, è inutile proporre altre teorie se lasciamo il potere di emettere moneta nelle mani di organismi privati che sono le banche. Detto questo possiamo anche annullare il debito, avvalendosi degli strumenti a livello giuridico internazionali, sopra citati. E’ ovvio che a quel punto uno Stato sarà in grado di attuare delle politiche monetarie espansive, non restrittive come i cittadini stanno subendo oggi (piena recessione economica), riattivando i consumi per le imprese che a loro volta hanno la pssibilità di assumere nuovi lavoratori, risolvendo il problema della disoccupazione. 

Una teoria keynesiana soppiantata dalle teorie neo liberiste in cui lo Stato deve essere messo da parte, non deve intervenire nel mercato, in quanto il mercato si regola da solo. I dati dimostrano che non è così, il mercato non si regola da solo se non c’è l’intervento dello Stato, o meglio si regola da solo quando si creano le privatizzazioni in cui il bene pubblico lo vendi ad una multinazionale, come l’acqua, il trasporto, la scuola e la sanità. Che cosa succede? Succede che i cittadini si ritrovano con il prezzo maggiorato dell’acqua, si formano dei monopoli pubblici che si trasformano in monopoli privati. Ecco perchè le banche sono delle istituzioni a delinquere, come il FMI, come il WTO e la BCE, sono tutte istituzioni private che si spacciano per istituzioni pubbliche che gestiscono tutta l’economia mondiale. Solo attraverso un maggiore intervento dello Stato si possono attuare ricette economiche per il bene dei cittadini, compreso il diritto di disobbedire ai creditori (clicca qui).



sabato 3 gennaio 2015

Disuguaglianza sociale








"Abbiamo urgente bisogno di modificare le regole dell'economia per favorire la ripartenza degli investimenti pubblici nelle città, nelle regioni e nelle provincie. Dobbiamo sostenere una spesa pubblica di qualità che serva anche a quelle strutture per la prima infanzia, per gli ospedali, per le opere pubbliche, per l'ambiente, per il trasporto pubblico, per la viabilità, per le case, condizione necessaria anche per una coesione sociale, migliorando la qualità degli investimenti pubblici favorendo la crescita e l'occupazione". 





Mariana Mazzucato (La Repubblica 31/12/2014) 
LA CRISI finanziaria globale che è cominciata nel 2008 e i cui strascichi si fanno ancora sentire pesantemente, è stata provocata da due fattori. Il primo è l’aumento della disuguaglianza, specialmente negli Usa, che ha costretto le persone a indebitarsi fortemente.
IL secondo fattore è stata la presenza di un settore finanziario deregolamentato, che negli ultimi decenni è cresciuto a ritmi ben maggiori della produzione industriale perché la finanza, per speculare, prestava a se stessa invece che all’industria. Le politiche per il dopo-crisi dovrebbero quindi puntare prioritariamente a ridurre la disuguaglianza e indurre la finanza a coltivare e prestare soldi all’economia reale. Eppure oggi stiamo fallendo miserevolmente su entrambi i fronti.
La disuguaglianza è in aumento. E se le cifre scoraggianti relative agli Stati Uniti sono ben note, l’Italia, per molti aspetti, sta andando peggio del resto dell’Ocse su questo versante. I dati Eurostat mostrano che il 10 per cento più ricco della popolazione italiana guadagna tre volte di più del restante 90 per cento, e mentre nel resto dei Paesi dell’Ocse il reddito dell’1 per cento più povero in percentuale del totale è cresciuto (dall’1,8 al 2,6 per cento), in Italia continua a regredire. Inoltre, anche se fa comodo fingere che tutte le imprese se la passino male, la realtà è che la quota dei profitti sul totale del reddito a livello mondiale è a livelli record; e l’Italia da questo punto di vista è ai primi posti in Europa, con il 45 per cento rispetto a una media Ue del 40. E come dimostra Mario Pianta nel suo libro Nove su Dieci, tutto questo mentre i salari medi per lavoratore italiano sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.
Ma per ridurre la disuguaglianza non basta considerare solo l’efficacia della tassazione redistributiva o elargizioni come il bonus degli 80 euro. È essenziale affrontare anche i problemi più intrinseci di governance aziendale che hanno consentito ai profitti di salire a livelli record, distanziando i salari. È proprio questo punto che ci porta al secondo problema. L’idea che la finanza grande e cattiva debba in qualche modo essere addomesticata per poter far pendere nuovamente la bilancia dal lato della buona vecchia industria non tiene conto di quanto sia diventata malata l’economia reale. L’industria stessa si è finanziarizzata, concentrandosi esageratamente sull’accumulo di liquidità (a livelli record) e/o spendendo per misure, come gli stock buy back, che rafforzano sul breve termine il titolo azionario (e di conseguenza le stock option e le retribuzioni dei top manager), invece di puntare su quelle tipologie di spesa che garantiscono una crescita nel lungo periodo, come gli investimenti in ricerca e sviluppo e in formazione del capitale umano.
È urgente quindi che la politica industriale, che finalmente sta tornando in voga, non si limiti a sostenere certi settori, come l’informatica o le bioscienze, ma chieda alle aziende che operano in questi e in altri settori di partecipare alla riforma necessaria. Invece stiamo assistendo all’esatto contrario: governi che si fanno in quattro per accondiscendere senza fiatare alle richieste delle grandi imprese “per favorire la crescita” e un attacco generalizzato contro i diritti dei lavoratori. Un esempio di quest’ultima tendenza è il modo in cui il governo italiano continua a sostenere che l’impedimento alla crescita in Italia risiede nel livello delle retribuzioni dei lavoratori e che la soluzione stia quindi nel fare di tutto per ridurre il costo del lavoro (la recente riforma Renzi). La realtà è che l’aumento del costo unitario del lavoro è il risultato di un calo della produttività dovuto alla diminuzione degli investimenti privati (e pubblici) in tutte le aree suscettibili di incrementare il capitale umano e l’innovazione.
Un esempio della prima tendenza (il governo ostaggio delle richieste delle imprese) è l’introduzione (purtroppo meno dibattuta) della patent box in Italia per opera del governo Renzi (nel 2013 era stata introdotta nel Regno Unito dal cancelliere dello Scacchiere Osborne). Questa politica, che riduce enormemente la tassazione sul reddito derivante da brevetti, ottiene il risultato di accrescere ancora di più i profitti delle imprese, ma fa poco o nulla per incrementare gli investimenti in innovazione del settore privato (lo scopo dichiarato della misura). I brevetti sono già dei monopoli: i governi non devono intervenire sul reddito che generano (protetto per vent’anni!) ma sulla ricerca che a quei brevetti conduce, specialmente in un Paese come l’Italia, che è fra quelli in cui le imprese spendono meno per ricerca e sviluppo. Invece questa misura ottiene come unico effetto di ridurre gli introiti dello Stato, costringendolo a tagliare su altri fronti per rimanere in linea con gli obbiettivi (dannosi) sul deficit.
Un altro esempio è quell’altra parte della riforma del lavoro di Renzi che riduce le tasse per fondi di private equity, crowdfinancing e fondi di venture capital, come se fossero questi i segreti per finanziare l’innovazione. La verità è che quello che serve alle piccole imprese innovative e in forte crescita sono finanziamenti pazienti, a lungo termine, non il modello sempre più speculativo del venture capital, che punta solo sulla “uscita” (in 3 anni) dall’investimento attraverso un buyout o Opa. Inoltre, la visione errata dei fattori che trainano la crescita ha spinto a portare la durata necessaria per ottenere riduzioni delle aliquote sulle plusvalenze per gli investimenti di private equity da dieci a due anni, incoraggiando molti di questi fondi a focalizzarsi sui rendimenti a breve termine. Cosa bisognerebbe fare nel 2015? La riforma del settore finanziario, mirata a ricongiungere finanza ed economia reale, dovrà innanzitutto studiare in modo critico i fatti concreti dell’economia reale, e non i miti. I periodi più lunghi di crescita stabile nella maggior parte delle economie si hanno quando le aziende medie e grandi investono i loro profitti nella ricerca di nuovi prodotti e nuovi modi di produrre. Quello di cui c’è bisogno oggi è una finanza impegnata nel lungo termine che aiuti questo processo, sotto forma di banche pubbliche (come la KfW in Germania) o agenzie pubbliche strategiche (come Darpa in Usa o Sitra in Finlandia), e una politica fiscale che favorisca l’approccio a lungo termine, invece di continui tagli delle tasse a beneficio degli speculatori. Solo in questo modo il settore privato troverà il coraggio ed il supporto per investire in innovazione.
Assieme ad una politica fiscale progressiva e non regressiva, è fondamentale anche costruire istituzioni in grado di continuare a negoziare condizioni migliori per i lavoratori, in un periodo in cui i profitti continuano a crescere in rapporto ai salari. I sindacati non sono il problema, sono la risposta: e ovviamente devono diventare il soggetto che più si batte per una crescita trainata dall’innovazione e investimenti invece che per il mantenimento dello status quo.
Finché non metteremo insieme politiche per l’innovazione, riforma del settore finanziario e rafforzamento delle istituzioni in grado di lottare per conto dei lavoratori (la quota del salario del reddito complessivo), continueremo a essere ossessionati dalla necessità di “correggere il settore finanziario”, lasciando l’economia reale malata come prima: più disuguaglianza, tante imprese piccole e deboli e una manciata di imprese grandi e finanziarizzate, che chiedono sempre di più e danno sempre di meno. La ricetta perfetta per il prossimo casinò finanziario e il prossimo crac.